Artaserse, libretto, Roma, Amidei, 1749

 ATTO PRIMO
 
 SCENA PRIMA
 
 Giardino interno nel palazzo de’ re di Persia corrispondente a diversi appartamenti. Vista della reggia, notte con luna.
 
 MANDANE e ARBACE
 
 ARBACE
 Addio.
 MANDANE
                Sentimi Arbace.
 ARBACE
                                                Ah, che l’aurora,
 adorata Mandane, è già vicina;
 e se mai noto a Serse
 fosse ch’io venni in questa reggia ad onta
5del barbaro suo cenno, in mia difesa
 a me non bastarebbe
 un trasporto d’amor che mi consiglia;
 non bastarebbe a te d’essergli figlia.
 MANDANE
 Saggio è il timor. Questo real soggiorno
10periglioso è per te; ma puoi di Susa
 fra le mura restar. Serse ti vuole
 esule dalla reggia,
 ma non dalla città. Non è perduta
 ogni speranza ancor. Sai che Artabano
15il tuo gran genitore
 regola a voglia sua di Serse il core,
 che a lui di penetrar sempre è permesso
 ogn’interno recesso
 dell’albergo real, che ’l mio germano
20Artaserse si vanta
 dell’amicizia tua. Cresceste insieme
 di fama e di virtù. Voi sempre uniti
 vide la Persia alle più dubbie imprese
 e l’un dall’altro ad emularsi apprese.
25Ti ammirano le schiere,
 il popolo t’adora e nel tuo braccio
 il più saldo riparo aspetta il regno;
 avrai fra tanti amici alcun sostegno.
 ARBACE
 Ci lusinghiamo, o cara. Il tuo germano
30vorrà giovarmi invano; ove si tratta
 la difesa d’Arbace, egli è sospetto
 non men del padre mio; qualunque scusa
 rende dubbiosa alla credenza altrui
 nel padre il sangue e l’amicizia in lui.
35L’altra turba incostante
 manca de’ falsi amici, allor che manca
 il favor del monarca. Oh quanti sguardi,
 che mirai rispettosi, or soffro alteri!
 Onde che vuoi che io speri? Il mio soggiorno
40serve a te di periglio, a me di pena;
 a te perché di Serse
 i sospetti fomenta, a me che deggio
 vicino a’ tuoi bei rai
 trovarmi sempre e non vederti mai.
45Giacché il nascer vassallo
 colpevole mi fa, voglio, ben mio,
 voglio morire o meritarti. Addio. (In atto di partire)
 MANDANE
 Crudel! Come hai costanza
 di lasciarmi così?
 ARBACE
                                   Non sono, o cara,
50il crudel non son io. Serse è il tiranno,
 l’ingiusto è il padre tuo.
 MANDANE
                                              Di qualche scusa
 egli è degno però, quando ti niega
 le richieste mie nozze. Il grado... il mondo...
 la distanza fra noi... Chi sa che a forza
55non simuli fierezza e che in segreto
 pietoso il genitore
 forse non disapprovi il suo rigore?
 ARBACE
 Potea senza oltraggiarmi
 negarti a me; ma non dovea da lui
60discacciarmi così, come s’io fossi
 un rifiuto del volgo, e dirmi vile,
 temerario chiamarmi. Ah principessa,
 questo disprezzo io sento
 nel più vivo del cor. Se gli avi miei
65non distinse un diadema, in fronte almeno
 lo sostennero a’ suoi. Se in queste vene
 non scorre un regio sangue, ebbi valore
 di serbarlo al suo figlio. I suoi produca,
 non i merti degli avi. Il nascer grande
70è caso e non virtù, che se ragione
 regolasse i natali e dasse i regni
 solo a colui ch’è di regnar capace,
 forse Arbace era Serse e Serse Arbace.
 MANDANE
 Con più rispetto in faccia a chi t’adora,
75parla del genitor.
 ARBACE
                                  Ma quando soffro
 un’ingiuria sì grande e che m’è tolta
 la libertà d’un innocente affetto,
 se non fo che lagnarmi, ho gran rispetto.
 MANDANE
 Perdonami; io comincio
80a dubitar dell’amor tuo. Tant’ira
 mi desta a meraviglia.
 Non spero che ’l tuo core
 odiando il genitore, ami la figlia.
 ARBACE
 Ma quest’odio, o Mandane
85è argomento d’amor; troppo mi sdegno,
 perché troppo t’adoro e perché penso
 che costretto a lasciarti
 forse mai più ti rivedrò, che questa
 fors’è l’ultima volta... Oh dio tu piangi!
90Ah non pianger ben mio; senza quel pianto
 son debole abbastanza; in questo caso
 io ti voglio crudel, soffri ch’io parta;
 la crudeltà del genitore imita. (Come sopra)
 MANDANE
 Ferma, aspetta; ah mia vita!
95Io non ho cor che basti
 a vedermi lasciar; partir vogl’io;
 addio mio ben.
 ARBACE
                               Mia principessa addio.
 MANDANE
 
    Conservati fedele,
 pensa ch’io resto e peno
100e qualche volta almeno
 ricordati di me.
 
    Ch’io per virtù d’amore
 parlando col mio core
 ragionerò con te. (Parte)
 
 SCENA II
 
 ARBACE, poi ARTABANO con spada nuda insanguinata
 
 ARBACE
105O comando! O partenza!
 O momento crudel che mi divide
 da colei per cui vivo e non m’uccide!
 ARTABANO
 Figlio, Arbace.
 ARBACE
                              Signor.
 ARTABANO
                                              Dammi il tuo ferro.
 ARBACE
 Eccolo.
 ARTABANO
                Prendi il mio; fuggi, nascondi
110quel sangue ad ogni sguardo.
 ARBACE
                                                       Oh dei! Qual seno
 questo sangue versò? (Guardando la spada)
 ARTABANO
                                           Parti; saprai
 tutto da me.
 ARBACE
                          Ma quel pallore o padre,
 quei sospettosi sguardi
 m’empiono di terror. Gelo in udirti,
115così con pena articolar gl’accenti;
 parla; dimmi che fu?
 ARTABANO
                                          Sei vendicato;
 Serse morì per questa man.
 ARBACE
                                                     Che dici!
 Che sento! Che facesti!
 ARTABANO
                                             Amato figlio,
 l’ingiuria tua mi punse,
120son reo per te.
 ARBACE
                             Per me sei reo? Mancava
 questa alle mie sventure. Ed or che speri?
 ARTABANO
 Una gran tela ordisco,
 forse tu regnarai. Parti; al disegno
 necessario è ch’io resti.
 ARBACE
125Io mi confondo in questi
 orribili momenti.
 ARTABANO
                                   E tardi ancora?
 ARBACE
 Oh dio!...
 ARTABANO
                     Parti non più lasciami in pace.
 ARBACE
 Che giorno è questo, o disperato Arbace!
 
    Fra cento affanni e cento
130palpito, tremo e sento
 che freddo dalle vene
 fugge il mio sangue al cor.
 
    Prevedo del mio bene
 il barbaro martiro
135e la virtù sospiro
 che perse il genitor. (Parte)
 
 SCENA III
 
 ARTABANO, poi ARTASERSE e MEGABISE con guardie
 
 ARTABANO
 Coraggio o miei pensieri. Il primo passo
 v’obbliga agli altri; il trattener la mano
 su la metà del colpo
140è un farsi reo senza sperarne il frutto.
 Tutto si versi, tutto
 fino all’ultima stilla il regio sangue.
 Né vi sgomenti un vano
 stimolo di virtù; di lode indegno
145non è, come altri crede, un grande eccesso;
 contrastar con sé stesso,
 resistere a’ rimorsi, in mezzo a tanti
 oggetti di timor serbarsi invitto,
 son virtù necessarie a un gran delitto.
150Ecco il principe; all’arte.
 Qual’insolite voci!
 Qual tumulto! Ah signor tu in questo luogo
 prima del dì? Chi ti destò nel seno
 quell’ira che lampeggia in mezzo al pianto?
 ARTASERSE
155Caro Artabano, o quanto
 necessario mi sei! Consiglio, aiuto,
 vendetta, fedeltà.
 ARTABANO
                                   Principe io tremo
 al confuso comando;
 spiegati meglio.
 ARTASERSE
                                Oh dio!
160Svenato il padre mio
 giace colà su le tradite piume.
 ARTABANO
 Come!
 ARTASERSE
                Nol so; di questa
 notte funesta infra i silenzi e l’ombre
 assicurò la colpa un’alma ingrata.
 ARTABANO
165O insana, o scelerata
 sete di regno! E qual pietà, qual santo
 vincolo di natura è mai bastante
 a frenar le tue furie?
 ARTASERSE
                                         Amico intendo.
 È l’infedel germano,
170è Dario il reo.
 ARTABANO
                            Chi mai potea la reggia
 notturno penetrar? Chi avvicinarsi
 al talamo real? Gli antichi sdegni,
 il suo torbido genio avido tanto
 dello scettro paterno... Ah ch’io prevedo
175in periglio i tuoi giorni.
 Guardati per pietà. Serve di grado
 un eccesso talvolta all’altro eccesso.
 Vendica il padre tuo, salva te stesso.
 ARTASERSE
 Ah se v’è alcun che senta
180pietà d’un re trafitto,
 orror del gran delitto,
 amicizia per me, vada, punisca
 il parricida, il traditor.
 ARTABANO
                                            Custodi,
 vi parla in Artaserse
185un prence, un figlio e se volete, in lui
 vi parla il vostro re. Compite il cenno,
 punite il reo; son vostro duce. Io stesso
 reggerò l’ire vostre, i vostri sdegni.
 (Favorisce fortuna i miei disegni).
 ARTASERSE
190Ferma, ove corri? Ascolta.
 Chi sa che la vendetta
 non turbi il genitor più che l’offesa?
 Dario è figlio di Serse.
 ARTABANO
                                            Empio sarebbe
 un pietoso consiglio;
195chi uccise il genitor non è più figlio.
 
    Su le sponde del torbido Lete,
 mentre aspetta riposo e vendetta,
 freme l’ombra d’un padre e d’un re.
 
    Fiera in volto la miro, l’ascolto
200che t’addita l’aperta ferita
 in quel seno che vita ti diè. (Parte)
 
 SCENA IV
 
 ARTASERSE e MEGABISE
 
 ARTASERSE
 Qual vittima si svena! Ah Megabise...
 MEGABISE
 Sgombra le tue dubbiezze; un colpo solo
 punisce un empio e t’assicura il regno.
 ARTASERSE
205Ma potrebbe il mio sdegno
 al mondo comparir desio d’impero;
 questo, questo pensiero
 saria bastante a funestar la pace
 di tutti i giorni miei. No, no si vada
210il cenno a rivocar... (In atto di partire)
 MEGABISE
                                      Signor, che fai?
 È tempo, è tempo ormai
 di rammentar le tue private offese.
 Il barbaro germano
 ad essere inumano
215più volte t’insegnò.
 ARTASERSE
                                      Ma non degg’io
 imitarlo ne’ falli. Il suo delitto
 non giustifica il mio. Qual colpa al mondo
 un esempio non ha? Nessuno è reo,
 se basta a falli sui
220per difesa portar l’essempio altrui.
 MEGABISE
 Ma ragion di natura
 è il difender sé stesso. Egli t’uccide,
 se non l’uccidi.
 ARTASERSE
                              Il mio periglio appunto
 impegnerà tutto il favor di Giove
225del reo germano ad involarmi all’ira. (Come sopra)
 
 SCENA V
 
 SEMIRA e detti
 
 SEMIRA
 Dove, principe, dove?
 ARTASERSE
                                           Addio Semira.
 SEMIRA
 Tu mi fuggi Artaserse?
 Sentimi, non partir.
 ARTASERSE
                                        Lascia ch’io vada;
 non arrestarmi.
 SEMIRA
                                In questa guisa accogli
230chi sospira per te?
 ARTASERSE
                                     Se più t’ascolto,
 troppo, o Semira, il mio dovere offendo.
 SEMIRA
 Va’ pure ingrato, il tuo disprezzo intendo.
 ARTASERSE
 
    Per pietà, bell’idol mio,
 non mi dir ch’io sono ingrato;
235infelice e sventurato
 abbastanza il ciel mi fa.
 
    Se fedele a te son io,
 se mi struggo a’ tuoi bei lumi,
 sallo amor, lo sanno i numi,
240il mio core, il tuo lo sa. (Parte)
 
 SCENA VI
 
 SEMIRA e MEGABISE
 
 SEMIRA
 Gran cose io temo. Il mio germano Arbace
 parte pria dell’aurora. Il padre armato
 incontro e non mi parla. Accusa il cielo
 agitato Artaserse e m’abbandona.
245Megabise, che fu? Se tu lo sai,
 determina il mio core
 fra tanti suoi timori, a un sol timore.
 MEGABISE
 E tu sola non sai che Serse ucciso
 fu poc’anzi nel sonno?
250Che Dario è l’uccisore e che la reggia
 fra le gare fraterne arde divisa?
 SEMIRA
 Che ascolto! Or tutto intendo.
 Miseri noi, misera Persia...
 MEGABISE
                                                    Eh lascia
 d’affligerti, o Semira. Hai forse parte
255fra l’ire ambiziose e fra i delitti
 della stirpe real? Forse paventi
 che un re manchi alla Persia? Avremo, avremo
 pur troppo a chi servir. Si versi il sangue
 de’ rivali germani; inondi il trono;
260qualunque vinca, indifferente io sono.
 SEMIRA
 Ne’ disastri d’un regno
 ciascuno ha parte; e nel fedel vassallo
 l’indifferenza è rea. Sento che immondo
 è del sangue paterno un empio figlio,
265che Artaserse è in periglio; e vuoi ch’io miri
 questa vera tragedia,
 spettatrice indolente e senza pena,
 come i casi d’Oreste in finta scena?
 MEGABISE
 So che parla in Semira
270d’Artaserse l’amor. Ma senti; o questo
 del germano trionfa e asceso in trono
 di te non avrà cura; o resta oppresso
 e l’oppressor vorrà vederlo estinto;
 onde lo perdi o vincitore o vinto.
275Vuoi d’un labro fedele
 il consiglio ascoltar? Scegli un amante
 uguale al grado tuo. Sai che l’amore
 d’uguaglianza si nutre. E se mai porre
 volessi in opra il mio consiglio, allora
280ricordati, ben mio, di chi t’adora.
 SEMIRA
 Veramente il consiglio
 degno è di te; ma voglio
 renderne un altro in ricompensa e parmi
 più opportuno del tuo; lascia d’amarmi.
 MEGABISE
285È impossibile, o cara,
 vederti e non amarti.
 SEMIRA
                                          E chi ti sforza
 il mio volto a mirar? Fuggimi e un’altra
 di me più grata all’amor tuo ritrova.
 MEGABISE
 Ah che il fuggir non giova. Io porto in seno
290l’immagine di te; quest’alma avvezza
 d’appresso a vagheggiarti ancor da lungi
 ti vagheggia ben mio. Quando il costume
 si converte in natura,
 l’alma quel che non ha sogna e figura.
 
295   Sogna il guerrier le schiere,
 le selve il cacciator
 e sogna il pescator
 le reti e l’amo.
 
    Sopito in dolce oblio
300sogno pur io così
 colei che tutto il dì
 sospiro e chiamo. (Parte)
 
 SCENA VII
 
 SEMIRA
 
 SEMIRA
 Voi della Persia, voi
 deità protettrici, a questo impero
305conservate Artaserse. Ah, ch’io lo perdo,
 se trionfa di Dario. Ei questa mano
 bramò vassallo e sdegnerà sovrano.
 Ma che! Sì degna vita
 forse non vale il mio dolor? Si perda,
310pur che regni il mio bene e pur che viva.
 Per non esserne priva,
 se lo bramassi estinto empia sarei.
 No, del mio voto io non mi pento, o dei.
 
    Bramar di perdere
315per troppo affetto
 parte dell’anima
 nel caro oggetto,
 è il duol più barbaro
 d’ogni dolor.
 
320   Pur fra le pene
 sarò felice,
 se il caro bene
 sospira e dice:
 «Troppo a Semira
325fu ingrato amor». (Parte)
 
 SCENA VIII
 
 Reggia.
 
 MANDANE, poi ARTASERSE
 
 MANDANE
 Dove fuggo? Ove corro? E chi da questa
 empia reggia funesta
 m’invola per pietà, chi mi consiglia?
 Germana, amante e figlia
330misera in un istante
 perdo i germani, il genitor, l’amante.
 ARTASERSE
 Ah Mandane...
 MANDANE
                              Artaserse,
 Dario respira? O nel fraterno sangue
 cominciasti tu ancora a farti reo?
 ARTASERSE
335Io bramo, o principessa,
 di serbarmi innocente. Il zelo, oh dio!
 mi svelse dalle labbra
 un comando crudel; ma dato appena
 m’inorridì. Per impedirlo io scorro
340sollecito la reggia e cerco invano
 d’Artabano e di Dario.
 MANDANE
                                            Ecco Artabano.
 
 SCENA IX
 
 ARTABANO e detti
 
 ARTABANO
 Signore.
 ARTASERSE
                   Amico.
 ARTABANO
                                   Io di te cerco.
 ARTASERSE
                                                              Ed io
 vengo in traccia di te.
 ARTABANO
                                          Forse paventi?
 ARTASERSE
 Sì temo...
 ARTABANO
                     Eh non temer; tutto è compito.
345Artaserse è il mio re, Dario è punito.
 ARTASERSE
 Numi!
 MANDANE
                O sventura!
 ARTABANO
                                        Il parricida offerse
 incauto il petto alle ferite.
 ARTASERSE
                                                 Oh dio!
 ARTABANO
 Tu sospiri! Ubbidito
 fu il cenno tuo.
 ARTASERSE
                              Ma tu dovevi il cenno
350più saggiamente interpretar.
 MANDANE
                                                       L’orrore,
 il pentimento suo
 dovevi preveder.
 ARTASERSE
                                  Dovevi alfine
 compatire in un figlio,
 che perde il genitore,
355de’ primi moti un violento ardore.
 ARTABANO
 Inutile accortezza
 sarebbe stata in me. Furo i custodi
 sì pronti ad ubbidir che Dario estinto
 viddi pria che assalito.
 ARTASERSE
                                            Ah questi indegni
360non avranno macchiato
 del regio sangue impunemente il brando.
 ARTABANO
 Signor, ma il tuo commando
 gli rese audaci e sei l’autor primiero
 tu sol di questo colpo.
 ARTASERSE
                                          È vero, è vero;
365conosco il fallo mio,
 lo confesso Artabano, il reo son io.
 ARTABANO
 Sei reo! Di che? D’una giustizia illustre
 che un eccesso punì? D’una vendetta
 dovuta a Serse? Eh ti consola e pensa
370che nel fraterno scempio
 punisci alfine un parricida, un empio.
 
 SCENA X
 
 SEMIRA e detti
 
 SEMIRA
 Artaserse respira.
 ARTASERSE
 Qual mai ragion Semira
 in sì lieto sembiante a noi ti guida?
 SEMIRA
375Dario non è di Serse il parricida.
 MANDANE
 Che sento!
 ARTASERSE
                       E donde il sai?
 SEMIRA
                                                    Certo è l’arresto
 dell’indegno uccisor. Presso alle mura
 del giardino real fra le tue squadre
 rimase prigionier. Reo lo scoperse
380la fuga, il loco, il ragionar confuso,
 il pallido sembiante
 e il suo ferro di sangue ancor fumante.
 ARTABANO
 Ma il nome?
 SEMIRA
                          Ognun lo tace,
 abbassa ognuno a mie richieste il ciglio.
 MANDANE
385(Ah fosse Arbace!)
 ARTABANO
                                     (È prigioniero il figlio!)
 ARTASERSE
 Dunque un empio son io. Dunque Artaserse
 salir dovrà sul trono
 d’un innocente sangue ancora immondo,
 orribile alla Persia, in odio al mondo.
 SEMIRA
390Forse Dario morì?
 ARTASERSE
                                     Morì, Semira.
 Lo scellerato cenno
 uscì da’ labbri miei. Fin ch’io respiri,
 più pace non avrò. Del mio rimorso
 la voce ognor mi suonerà nel core.
395Vedrò del genitore,
 del germano vedrò l’ombre sdegnate
 i miei torbidi giorni, i sonni miei
 funestar minacciando e l’inquiete
 furie vendicatrici in ogni loco
400agitarmi sugli occhi,
 in pena, oh dio della fraterna offesa,
 la nera face in Flegetonte accesa.
 MANDANE
 Troppo eccede, Artaserse, il tuo dolore.
 L’involontario errore
405o non è colpa o è lieve.
 SEMIRA
                                           Abbia il tuo sdegno
 un oggetto più giusto. In faccia al mondo
 giustifica te stesso
 colla strage del reo.
 ARTASERSE
                                      Dov’è l’indegno?
 Conducetelo a me.
 ARTABANO
                                     Del prigioniero
410vado l’arrivo ad affrettar. (In atto di partire)
 ARTASERSE
                                                 T’arresta;
 Artabano, Semira,
 Mandane, per pietà nessun mi lasci.
 assistetemi adesso; adesso intorno
 tutti vorrei gli amici. Il caro Arbace,
415Artabano, dov’è? Questo è l’amore
 che mi giurò fin dalla cuna? Ei solo
 m’abbandona così?
 MANDANE
                                      Non sai ch’escluso
 fu dalla reggia in pena
 del richiesto imeneo?
 ARTASERSE
420Venga Arbace, io l’assolvo.
 
 SCENA XI
 
 MEGABISE, poi ARBACE disarmato fra le guardie e detti
 
 MEGABISE
                                                  Arbace è il reo.
 ARTASERSE, SEMIRA
 Come!
 MEGABISE
                Osserva il delitto in quel sembiante. (Accennando Arbace che esce confuso)
 ARTASERSE
 L’amico!
 ARTABANO
                    Il figlio!
 SEMIRA
                                     Il mio german!
 MANDANE
                                                                   L’amante!
 ARTASERSE
 In questa guisa, Arbace,
 mi torni innanzi? Ed hai potuto in mente
425tanta colpa nudrir?
 ARBACE
                                      Sono innocente.
 MANDANE
 (Volesse il ciel).
 ARTASERSE
                                Ma se innocente sei,
 difenditi, dilegua
 i sospetti, gl’indizi e la ragione
 dell’innocenza tua sia manifesta.
 ARBACE
430Io non son reo; la mia difesa è questa.
 ARTABANO
 (Seguitasse a tacer).
 MANDANE
                                        Ma i sdegni tuoi
 contro Serse?
 ARBACE
                            Eran giusti.
 ARTASERSE
                                                    La tua fuga?
 ARBACE
 Fu vera.
 MANDANE
                   Il tuo silenzio?
 ARBACE
 È necessario.
 ARTASERSE
                           Il tuo confuso aspetto?
 ARBACE
435Lo merita il mio stato.
 MANDANE
                                           E il ferro asperso
 di caldo sangue?
 ARBACE
                                 Era in mia mano, è vero.
 ARTASERSE
 E non sei delinquente?
 MANDANE
 E l’uccisor non sei?
 ARBACE
                                      Sono innocente.
 ARTASERSE
 Ma l’apparenza, o Arbace,
440ti accusa, ti condanna.
 ARBACE
 Lo veggo anch’io; ma l’apparenza inganna.
 ARTASERSE
 Tu non parli, o Semira?
 SEMIRA
                                              Io son confusa.
 ARTASERSE
 Parli Artabano.
 ARTABANO
                               Oh dio!
 Mi perdo anch’io nel meditar la scusa.
 ARTASERSE
445Misero, che farò! Punire io deggio
 nell’amico più caro, il più crudele
 orribile nemico! A che mostrarmi
 così gran fedeltà barbaro Arbace?
 Quei soavi costumi,
450quell’amor, quelle prove
 d’incorrotta virtude erano inganni
 dunque d’un’alma rea? Potessi almeno
 quel momento obbliar che in mezzo all’armi
 me da’ nemici oppresso
455cadente sollevasti e col tuo sangue
 generoso serbasti i giorni miei,
 che adesso non avrei,
 del padre mio nel vendicare il fato,
 la pena, oh dio, di divenirti ingrato.
 ARBACE
460I primi affetti tuoi
 signor non perda un innocente oppresso;
 se mai degno ne fui, lo sono adesso.
 ARTABANO
 Audace! e con qual fronte
 puoi domandargli amor? Perfido figlio,
465il mio rossor, la pena mia tu sei.
 ARBACE
 Anche il padre congiura a’ danni miei!
 ARTABANO
 Che vorresti da me? Ch’io fossi a parte
 de’ falli tuoi nel compatirti? Eh provi, (Ad Artaserse)
 provi, o signor la tua giustizia. Io stesso
470sollecito la pena. In sua difesa
 non gli giovi Artabano aver per padre;
 scordati la mia fede; obblia quel sangue,
 di cui per questo regno
 tante volte pugnando i campi aspersi;
475coll’altro ch’io versai, questo si versi.
 ARTASERSE
 O fedeltà!
 ARTABANO
                      Risolvi e qualche affetto,
 se ti resta per lui, vada in obblio.
 ARTASERSE
 Risolverò; ma con qual core... Oh dio!
 
    Deh respirar lasciatemi
480qualche momento in pace;
 capace di risolvere
 la mia ragion non è.
 
    Mi trovo in un istante
 giudice, amico, amante
485e delinquente e re. (Parte)
 
 SCENA XII
 
 MANDANE, SEMIRA, ARBACE, ARTABANO, MEGABISE e guardie
 
 ARBACE
 (E innocente dovrai
 tanti oltraggi soffrir, misero Arbace!) (Da sé)
 MEGABISE
 (Che avvenne mai!)
 SEMIRA
                                        (Quante sventure io temo).
 MANDANE
 (Io non spero più pace).
 ARTABANO
                                               (Io fingo e tremo).
 ARBACE
490Tu non mi guardi, o padre! Ogni altro avrei
 sofferto accusator senza lagnarmi;
 ma che possa accusarmi,
 che chieder possa il mio morir colui
 che il viver mi donò, m’empie d’orrore,
495stupido il cor mi fa gelar nel seno;
 senta pietà del figlio il padre almeno.
 ARTABANO
 
    Non ti son padre,
 non mi sei figlio,
 pietà non sento
500d’un traditor.
 
    Tu sei cagione
 del tuo periglio,
 tu sei tormento
 del genitor. (Parte)
 
 SCENA XIII
 
 ARBACE, SEMIRA, MANDANE e MEGABISE e guardie
 
 ARBACE
505Ma per qual fallo mai
 tanto, o barbari dei, vi sono in ira.
 M’ascolti, mi compianga almen Semira.
 SEMIRA
 
    Torna innocente e poi
 t’ascolterò, se vuoi,
510tutto per te farò.
 
    Ma finché reo ti veggio,
 compiangerti non deggio,
 difenderti non so. (Parte)
 
 SCENA XIV
 
 ARBACE, MANDANE, MEGABISE e guardie
 
 ARBACE
 E non v’è chi m’uccida! Ah Megabise
515s’hai pietà...
 MEGABISE
                          Non parlarmi.
 ARBACE
                                                      Ah principessa!
 MANDANE
 Involati da me.
 ARBACE
                               Ma senti, amico.
 MEGABISE
 Non odo un traditore. (Parte)
 ARBACE
                                           Oda un momento
 Mandane almeno...
 MANDANE
                                      Un traditor non sento. (In atto di partire)
 ARBACE
 Mio ben, mia vita... (Trattenendola)
 MANDANE
                                        Ah scelerato! Ardisci
520di chiamarmi tuo bene?
 Quella man mi trattiene
 che uccise il genitore?
 ARBACE
                                           Io non l’uccisi.
 MANDANE
 Dunque chi fu? Parla.
 ARBACE
                                           Non posso. Il labbro...
 MANDANE
 Il labbro è menzognero.
 ARBACE
                                              Il core...
 MANDANE
                                                               Il core
525no che del suo delitto orror non sente.
 ARBACE
 Son io...
 MANDANE
                  Sei traditor.
 ARBACE
                                           Sono innocente.
 MANDANE
 Innocente!
 ARBACE
                       Io lo giuro.
 MANDANE
                                             Alma infedele.
 ARBACE
 (Quanto mi costa un genitor crudele!)
 Cara se tu sapessi...
 MANDANE
                                       Eh che mi sono
530gli odi tuoi contro Serse assai palesi.
 ARBACE
 Ma non intendi...
 MANDANE
                                   Intesi
 le tue minacce.
 ARBACE
                               E pur t’inganni.
 MANDANE
                                                              Allora,
 perfido, m’ingannai
 che fedel mi sembrasti e ch’io t’amai.
 ARBACE
535Dunque adesso...
 MANDANE
                                  T’abborro.
 ARBACE
 E sei...
 MANDANE
                La tua nemica.
 ARBACE
 E vuoi...
 MANDANE
                   La morte tua.
 ARBACE
                                              Quel primo affetto...
 MANDANE
 Tutto è cangiato in sdegno.
 ARBACE
 E non mi credi...
 MANDANE
                                  E non ti credo, indegno.
 
540   Dimmi che un empio sei,
 ch’hai di macigno il core,
 perfido, traditore,
 e allor ti crederò.
 (Vorrei di lui scordarmi,
545odiarlo, oh dio, vorrei;
 ma sento che sdegnarmi,
 quanto dovrei, non so).
    Dimmi che un empio sei
 e allor ti crederò.
550(Odiarlo, oh dio, vorrei
 ma odiarlo, oh dio, non so). (Parte)
 
 SCENA XV
 
 ARBACE con guardie
 
 ARBACE
 No che non ha la sorte
 più sventure per me. Tutte in un giorno
 tutte, oh dio, le provai. Perdo l’amico,
555m’insulta la germana,
 m’accusa il genitor, piange il mio bene;
 e tacer mi conviene!
 E non posso parlar! Dove si trova
 un’anima che sia
560tormentata così come la mia.
 Ma, giusti dei, pietà. Se a questo passo
 lo sdegno vostro a danno mio s’avanza,
 pretendete da me troppa costanza.
 
    Vo solcando un mar crudele,
565senza vele e senza sarte.
 Freme l’onda, il ciel s’imbruna;
 cresce il vento e manca l’arte
 e il voler della fortuna
 son costretto a seguitar.
 
570   Infelice, in questo stato
 son da tutti abbandonato;
 meco sola è l’innocenza
 che mi porta a naufragar.
 
 Fine dell’atto primo