La clemenza di Tito, libretto, Stoccarda, Cotta, 1753

 DELLA CLEMENZA DI TITO ATTO PRIMO
 
 SCENA PRIMA
 
 Logge a vista del Tevere negli appartamenti di Vitellia.
 
 VITELLIA e SESTO
 
 VITELLIA
 Ma che? Sempre l’istesso
 Sesto a dir mi verrai?
 SESTO
                                           Oh dio!
 VITELLIA
                                                            Sospiri!
 SESTO
 Deh Vitellia m’ascolta.
 Ecco io t’apro il mio cor. Quando mi trovo
5presente a te, non so pensar, non posso
 voler che a voglia tua, rapir mi sento
 tutto nel tuo furor, fremo a’ tuoi torti,
 Tito mi sembra reo di mille morti.
 Quando a lui son presente,
10Tito, non ti sdegnar, parmi innocente.
 VITELLIA
 Dunque...
 SESTO
                      Pensaci o cara,
 pensaci meglio. Ah non togliamo in Tito
 la sua delizia al mondo, il padre a Roma,
 e ancor l’amico a noi.
 VITELLIA
15Ma regna...
 SESTO
                        Ei regna, è ver, ma vuol da noi
 sol tanta servitù quanto impedisca
 di perir la licenza. Ei regna, è vero,
 ma di sì vasto impero,
 tolto l’alloro e l’ostro,
20suo tutto il peso e tutt’il frutto è nostro.
 VITELLIA
 Dunque a vantarmi in faccia
 venisti il mio nemico, e più non pensi
 Che m’ingannò, che mi ridusse, e questo
 è il suo fallo maggior, quasi ad amarlo?
25E poi, perfido, e poi di nuovo al Tebro
 richiamar Berenice! Una rivale
 avesse scelta almeno
 degna di me fra le beltà di Roma.
 Ma una barbara, o Sesto,
30un’esule antepormi! Una regina!
 SESTO
 Sai pur che Berenice
 volontaria tornò.
 VITELLIA
                                 Narra a’ fanciulli
 codeste fole. Il perfido l’adora.
 SESTO
 Ah principessa, ah dio!
35Tu sei gelosa.
 VITELLIA
                            Io?
 SESTO
                                     Sì.
 VITELLIA
                                             Gelosa io sono,
 se non soffro un disprezzo?
 SESTO
                                                    E pure...
 VITELLIA
                                                                      E pure
 non hai cuor d’acquistarmi.
 SESTO
 Sentimi.
 VITELLIA
                    Intesi assai.
 SESTO
 Ah Vitellia, ah mio nume,
40non partir; dove vai;
 perdonami, ti credo, io m’ingannai.
 Tutto, tutto farò; prescrivi, imponi,
 regola i moti miei;
 tu la mia sorte, il mio destin tu sei.
 VITELLIA
45Prima che il sol tramonti
 voglio Tito svenato e voglio...
 
 SCENA II
 
 ANNIO e detti
 
 ANNIO
                                                      Amico
 Cesare a sé ti chiama.
 VITELLIA
                                           Ah non perdete
 questi brevi momenti. A Berenice
 Tito gli usurpa.
 ANNIO
                               Ingiustamente oltraggi
50Vitellia il nostro eroe. Tito ha l’impero
 e del mondo e di sé. Già per suo cenno
 Berenice partì.
 SESTO
                               Come?
 VITELLIA
                                               Che dici?
 ANNIO
 Voi a ragion stupite.
 VITELLIA
 (Oh speranze!)
 SESTO
                               Oh virtude.
 
 VITELLIA
55(E pur forse con me quanto credei
 Tito ingrato non è). Sesto, sospendi (A parte a Sesto)
 d’eseguire i miei cenni. Il colpo ancora
 non è maturo.
 SESTO
                             E tu non vuoi ch’io vegga,
 ch’io mi lagni o crudele... (Con isdegno)
 VITELLIA
                                                 Or che vedesti?
60Di che ti puoi lagnar (Con isdegno)
 SESTO
                                         Di nulla.
 VITELLIA
                                                           Addio. (Parte)
 SESTO
 (Chi provò mai tormento eguale al mio).
 
 SCENA III
 
 SESTO e ANNIO
 
 ANNIO
 Amico, ecco il momento
 di rendermi felice. All’amor mio
 Servilia promettesti. Altro non manca
65che d’Augusto l’assenso. Ora da lui
 impetrar lo potresti.
 SESTO
                                        Ogni tua brama
 Annio sai che m’è legge.
 ANNIO
                                               Io non ho pace
 senza la tua germana.
 SESTO
                                          E chi potrebbe
 rapirtene l’acquisto? Ella t’adora;
70io fino al giorno estremo
 sarò tuo; Tito è giusto.
 ANNIO
                                           Il so; ma temo. (Parte)
 
 SCENA IV
 
 SESTO solo
 
 SESTO
 Numi assistenza. A poco a poco io perdo
 l’arbitrio di me stesso. Altro non odo
 che il mio funesto amor. Vitellia ha in fronte
75un astro che governa il mio destino.
 La superba lo sa; ne abusa; ed io
 né pure oso lagnarmi. Oh sovrumano
 poter della beltà. Voi che dal cielo
 tal dono aveste, ah non prendete esempio
80dalla tiranna mia. Regnate, è giusto;
 ma non così severo,
 ma non sia così duro il vostro impero.
 
    Opprimete i contumaci,
 son gli sdegni allor permessi;
85ma infierir contro gli oppressi!
 Quest’è un barbaro piacer.
 
    Non v’è trace in mezzo a’ Traci
 sì crudel che non risparmi
 quel meschin che getta l’armi,
90che si rende prigionier. (Parte)
 
 SCENA V
 
 Innanzi atrio del tempio di Giove Statore, luogo già celebre per le adunanze del Senato; indietro parte del Foro romano, magnificamente adornato d’archi, obelischi e trofei; da’ lati vedute in lontano del monte Palatino e d’un gran tratto della via Sacra; in faccia aspetto esteriore del Campidoglio e magnifica strada per cui vi si ascende.
 
 Nell’atrio suddetto saranno PUBLIO, i senatori romani ed i legati delle provincie soggette destinati a presentare al Senato gli annui imposti tributi. Mentre TITO preceduto da’ littori, seguito da’ pretoriani e circondato da numeroso popolo scende dal Campidoglio, cantasi il seguente
 
 CORO
 
    Serbate o dei custodi
 della romana sorte
 in Tito il giusto, il forte,
 l’onor di nostra età.
 
95   Voi gl’immortali allori
 su la cesarea chioma,
 voi custodite a Roma
 la sua felicità.
 
    Fu vostro un sì gran dono,
100sia lungo il dono vostro;
 l’invidi al mondo nostro
 il mondo che verrà. (Nel fine del coro sudetto giunge Tito nell’atrio e nel tempo medesimo Annio e Sesto da diverse parti)
 
 PUBLIO
 Te della patria il padre (A Tito)
 oggi appella il Senato. E mai più giusto
105non fu ne’ suoi decreti o invitto Augusto.
 ANNIO
 Né padre sol ma sei
 suo nume tutelar. Eccelso tempio
 ti destina il Senato. E là si vuole
 che fra divini onori
110anche il nume di Tito il Tebro adori.
 PUBLIO
 Quei tesori che vedi
 delle serve provincie annui tributi
 all’opra consagriam. Tito non sdegni
 questi del nostro amor publici segni.
 TITO
115Romani, unico oggetto
 è de’ voti di Tito il vostro amore;
 ma il vostro amor non passi
 tanto i confini suoi
 che debbano arrossirne e Tito e voi.
120Più tenero, più caro
 nome che quel di padre
 per me non v’è; ma meritarlo io voglio,
 ottenerlo non curo. I sommi dei
 quanto imitar mi piace
125abborrisco emular. Gli perde amici
 chi gli vanta compagni; e non si trova
 follia la più fatale
 che potersi scordar d’esser mortale.
 Quegli offerti tesori
130non ricuso però. Cambiarne solo
 l’uso pretendo. Udite. Oltre l’usato
 terribile il Vesevo ardenti fiumi
 dalle fauci eruttò; scosse le rupi;
 riempié di ruine
135i campi intorno e le città vicine.
 Le desolate genti
 fuggendo van; ma la miseria opprime
 quei che al fuoco avanzar. Serva quell’oro
 di tanti afflitti a riparar lo scempio.
140Questo, o Romani, è fabricarmi il tempio.
 ANNIO
 O vero eroe!
 PUBLIO
                          Quanto di te minori
 tutti i premi son mai, tutte le lodi!
 CORO
 
    Serbate o dei custodi
 della romana sorte
145in Tito il giusto, il forte,
 l’onor di nostra età.
 
 TITO
 Basta, basta o Quiriti.
 Sesto a me s’avvicini; Annio non parta,
 ogn’altro s’allontani. (Si ritirano tutti fuori dell’atrio e vi rimangano Tito, Annio e Sesto)
 ANNIO
                                         (Adesso, o Sesto,
150parla per me).
 SESTO
                              Come signor potesti
 la tua bella regina...
 TITO
                                       Ah Sesto amico
 che terribil momento! Io non credei...
 Basta, ho vinto, partì. Grazie agli dei!
 Giusto è ch’io pensi adesso
155a compir la vittoria. Il più si fece,
 facciasi il meno.
 SESTO
                                 E che più resta?
 TITO
                                                                 A Roma
 togliere ogni sospetto
 di vederla mia sposa.
 SESTO
                                          Assai lo toglie
 la sua partenza.
 TITO
                                Un’altra volta ancora
160partissi e ritornò. Del terzo incontro
 dubitar si potrebbe. Oggi mia sposa
 sarà la tua germana.
 ANNIO
 (Oh dei!)
 SESTO
                     Servilia!
 TITO
                                       Appunto.
 SESTO
 (Ah si serva l’amico).
 ANNIO
                                          (Annio coraggio).
 SESTO
165Tito... (Risoluto)
 ANNIO
               Augusto io conosco (Come sopra)
 di Sesto il cor. Fin dalla cuna insieme
 tenero amor ne stringe. Ei di sé stesso
 modesto estimator teme che sembri
 sproporzionato il dono; e non s’avvede
170ch’ogni distanza eguaglia
 d’un cesare il favor. Ma tu consiglio
 da lui prender non dei. Come potresti
 sposa elegger più degna
 dell’impero e di te? Virtù, bellezza
175ch’era nata a regnar. De’ miei presagi
 l’adempimento è questo.
 SESTO
 (Annio parla così! Sogno o son desto?)
 TITO
 E ben recane a lei
 Annio tu la novella. E tu mi siegui
180amato Sesto. E queste
 tue dubiezze deponi. Avrai tal parte
 tu ancor nel soglio e tanto
 t’innalzerò che resterà ben poco
 dello spazio infinito
185che frapposer gli dei fra Sesto e Tito.
 SESTO
 Questo è troppo, o signor. Modera almeno
 se ingrati non ci vuoi,
 modera Augusto i benefici tuoi.
 TITO
 Ma che, se mi niegate
190che benefico io sia, che mi lasciate?
 
    Del più sublime soglio
 l’unico frutto è questo;
 tutto è tormento il resto
 e tutto è servitù.
 
195   Che avrei, se ancor perdessi
 le sole ore felici
 ch’ho nel giovar gli oppressi,
 nel sollevar gli amici,
 nel dispensar tesori
200al merto e alla virtù? (Parte col Sesto)
 
 SCENA VI
 
 ANNIO e poi SERVILIA
 
 ANNIO
 Non ci pentiam. D’un generoso amante
 era questo il dover.  Eccola. Oh dei!
 Mai non parve sì bella agli occhi miei.
 SERVILIA
 Mio ben...
 ANNIO
                      Taci Servilia. Ora è delitto
205il chiamarmi così.
 SERVILIA
                                    Perché?
 ANNIO
                                                     Ti scelse
 Cesare (che martir!) per sua consorte.
 A te (morir mi sento) a te m’impose
 di recarne l’avviso (oh pena!) ed io...
 io fui... (Parlar non posso). Augusta addio.
 SERVILIA
210Come! Fermati. Io sposa
 di Cesare! E perché?
 ANNIO
                                         Perché non trova
 beltà, virtù che sia
 più degna d’un impero, anima... Oh stelle!
 Che dirò? Lascia, Augusta,
215deh lasciami partir.
 SERVILIA
                                       Così confusa
 abbandonar mi vuoi? Spiegati; dimmi,
 come fu? Per qual via...
 ANNIO
 Mi perdo se non parto, anima mia.
 
    Ah perdona al primo affetto
220quest’accento sconsigliato;
 colpa fu del labbro usato
 a chiamarti ognor così.
 
    Mi fidai del mio rispetto
 che vegliava in guardia al core;
225ma il rispetto dall’amore
 fu sedotto e mi tradì. (Parte)
 
 SCENA VII
 
 SERVILIA sola
 
 SERVILIA
 Io consorte d’Augusto! In un istante
 io cambiar di catene! Io tanto amore
 dovrei porre in obblio! No; sì gran prezzo
230non val per me l’impero.
 Annio non lo temer, non sarà vero.
 
    Amo te solo,
 te solo amai,
 tu fosti il primo,
235tu pur sarai
 l’ultimo ogetto
 che adorerò.
 
    Quando è innocente
 divien sì forte
240che con noi vive
 fino alla morte
 quel primo affetto
 che si provò. (Parte)
 
 SCENA VIII
 
 Giardino nel soggiorno imperiale sul colle Palatino.
 
 TITO e PUBLIO con un foglio
 
 TITO
 Che mi rechi in quel foglio?
 PUBLIO
                                                     I nomi ei chiude
245de’ rei che osar con temerari accenti
 de’ cesari già spenti
 la memoria oltraggiar.
 TITO
                                            Barbara inchiesta!
 PUBLIO
 Almen...
 
 SCENA IX
 
 SERVILIA e detti
 
 SERVILIA
                   Di Tito al piè...
 TITO
                                                Servilia! Augusta!
 SERVILIA
 Ah signor, sì gran nome
250non darmi ancora. Odimi prima. Io deggio
 palesarti un arcan.
 TITO
                                     Publio ti scosta
 ma non partir. (Publio si scosta)
 SERVILIA
                               Che del cesareo alloro
 me, fra tante più degne,
 generoso monarca inviti a parte,
255è dono tal che desteria tumulto
 nel più stupido core. Io ne comprendo
 tutto il valor. Voglio esser grata e credo
 doverlo esser così. Tu mi scegliesti
 né forse mi conosci. Io che tacendo
260crederei d’ingannarti
 tutta l’anima mia vengo a svelarti.
 TITO
 Parla.
 SERVILIA
              Deh non sdegnarti.
 TITO
                                                   Eh parla.
 SERVILIA
                                                                      Il core
 signor non è più mio. Già da gran tempo
 Annio me lo rapì. L’amai che ancora
265non comprendea d’amarlo; e non amai
 altri finor che lui. Genio e costume
 unì l’anime nostre. Io non mi sento
 valor per obbliarlo; anche dal trono
 il solito sentiero
270farebbe a mio dispetto il mio pensiero.
 So che oppormi è delitto
 d’un cesare al voler; ma tutto almeno
 sia noto al mio sovrano;
 poi, se mi vuol sua sposa, ecco la mano.
 TITO
275Grazie o numi del ciel. Pure una volta
 senza larve sul viso
 mirai la verità.  Ed io dovrei
 turbar fiamme sì belle? Ah non produce
 sentimenti sì rei di Tito il core.
280Figlia, che padre invece
 di consorte m’avrai, sgombra dall’alma
 ogni timore. Annio è tuo sposo. Io voglio
 stringer nodo sì degno. Il ciel cospiri
 meco a farlo felice; e n’abbia poi
285cittadini la patria eguali a voi.
 SERVILIA
 Oh Tito! Oh Augusto! Oh vera
 delizia de’ mortali! Io non saprei
 come il grato mio cor...
 TITO
                                            Se grata appieno
 esser mi vuoi Servilia, agli altri inspira
290il tuo candor. Di pubblicar procura
 che grato a me si rende
 più del falso che piace il ver che offende. (Parte)
 
 SCENA X
 
 SERVILIA e VITELLIA
 
 SERVILIA
 Felice me!
 VITELLIA
                       Posso alla mia sovrana
 offrir del mio rispetto i primi omaggi?
 SERVILIA
295(Che amaro favellar! Per mia vendetta
 si lasci nell’inganno). Addio. (Parte)
 VITELLIA
                                                       Servilia
 sdegna già di mirarmi!
 Oh dei! Partir così! Così lasciarmi!
 
 SCENA XI
 
 VITELLIA e SESTO
 
 SESTO
 Mia vita.
 VITELLIA
                    E ben che rechi? Il Campidoglio
300è acceso? È incenerito?
 Lentulo dove sta? Tito è punito?
 SESTO
 Nulla intrapresi ancor.
 VITELLIA
                                            Nulla! E sì franco
 mi torni innanzi?
 SESTO
                                   E pure è tuo comando
 il sospender il colpo.
 VITELLIA
                                        E non udisti
305i miei novelli oltraggi? Un altro cenno
 aspetti ancor? Ma ch’io ti creda amante
 dimmi come pretendi,
 se così poco i miei pensieri intendi?
 SESTO
 Se una ragion potesse
310almen giustificarmi...
 VITELLIA
                                          Una ragione!
 Mille ne avrai, qualunque sia l’affetto
 da cui prenda il tuo cor regola e moto.
 Ti senti d’un illustre
 ambizion capace? Eccoti aperta
315una strada all’impero. Può la mia mano
 renderti fortunato? Eccola, corri,
 mi vendica e son tua.  Non basta? Ascolta
 e dubita, se puoi. Sappi che amai
 Tito finor, che del mio cor l’acquisto
320ei t’impedì, che se rimane in vita
 si può pentir, ch’io ritornar potrei,
 (non mi fido di me), forse ad amarlo.
 Or va’; se non ti muove
 desio di gloria, ambizione, amore,
325se toleri un rivale
 che usurpò, che contrasta,
 che involar ti potrà gli affetti miei,
 degli uomini il più vil dirò che sei.
 SESTO
 Quante vie d’assalirmi!
330Basta, basta, non più; già m’inspirasti
 Vitellia il tuo furore; arder vedrai
 fra poco il Campidoglio e quest’acciaro
 nel sen di Tito... (Ah sommi dei qual gielo
 mi ricerca le vene!)
 VITELLIA
                                       Ed or che pensi?
 SESTO
335Ah Vitellia.
 VITELLIA
                        Il previdi;
 tu pentito già sei.
 SESTO
                                   Non son pentito
 ma...
 VITELLIA
             Non stancarmi più. Conosco, ingrato,
 che amor non hai per me. Folle ch’io fui!
 Già ti credea, già mi piacevi e quasi
340cominciavo ad amarti. Agli occhi miei
 involati per sempre
 e scordati di me.
 SESTO
                                  Fermati, io cedo,
 io già volo a servirti.
 VITELLIA
                                        Eh non ti credo.
 M’ingannerai di nuovo. In mezzo all’opra
345ricorderai...
 SESTO
                         No, mi punisca amore,
 se penso ad ingannarti.
 VITELLIA
 Dunque corri, che fai? Perché non parti?
 SESTO
 
    Parto ma tu ben mio
 meco ritorna in pace;
350sarò qual più ti piace,
 quel che vorrai farò.
 
    Guardami e tutto obblio
 e a vendicarti io volo;
 di quello sguardo solo
355io mi ricorderò.   (Parte)
 
 SCENA XII
 
 VITELLIA, poi PUBLIO
 
 VITELLIA
 Vedrai, Tito, vedrai che alfin sì vile
 questo volto non è.
 Ti pentirai...
 PUBLIO
                          Tu qui Vitellia! Ah corri,
 Cesare è alle tue stanze.
 VITELLIA
360Cesare! E a che mi cerca?
 PUBLIO
                                                 Ancor nol sai!
 Sua consorte ti elesse.
 VITELLIA
                                           Io non sopporto
 Publio d’esser derisa.
 PUBLIO
 Deriderti? Se andò Cesare istesso
 a chiederne il tuo assenso.
 VITELLIA
365E Servilia?
 PUBLIO
                        Servilia,
 non so perché, rimane esclusa.
 VITELLIA
                                                          Ed io...
 PUBLIO
 Tu sei la nostra augusta. Ah principessa
 andiam. Cesare attende.
 VITELLIA
                                               Aspetta. (Oh dei!)
 Sesto... Misera me! Sesto... È partito. (Verso la scena)
370Publio corri... Raggiungi...
 Digli... No. Va’ più tosto... (Ah mi lasciai
 trasportar dallo sdegno). E ancor non vai?
 PUBLIO
 Dove?
 VITELLIA
                A Sesto.
 PUBLIO
                                 E dirò?
 VITELLIA
                                                 Che a me ritorni,
 che non tardi un momento.
 PUBLIO
375Vado. (Oh come confonde un gran contento!) (Parte)
 
 SCENA XIII
 
 VITELLIA
 
 VITELLIA
 Che angustia è questa! Ah caro Tito! Io fui
 teco ingiusta il confesso. Ah se fra tanto
 Sesto il cenno eseguisse, il caso mio
 sarebbe il più crudel... No, non si faccia
380sì funesto presagio. E se mai Tito
 si tornasse a pentir? Perché pentirsi?
 Perché l’ho da temer? Quanti pensieri
 mi si affollano in mente! Afflitta e lieta
 godo, torno a temer, gielo, m’accendo,
385me stessa in questo stato io non comprendo.
 
    Quando sarà quel dì
 ch’io non ti senta in sen
 sempre tremar così
 povero core.
 
390   Stelle che crudeltà!
 Un sol piacer non v’è
 che quando mio si fa
 non sia dolore.   (Parte)
 
 Fine dell’atto primo