La clemenza di Tito, libretto, Stoccarda, Cotta, 1753

 ATTO TERZO
 
 SCENA PRIMA
 
 Camera chiusa con porte, sedia e tavolino con sopra da scrivere.
 
 TITO e PUBLIO
 
 PUBLIO
 Già de’ pubblici giuochi
 signor l’ora trascorre. Il dì solenne
765sai che non soffre il trascurargli.
 TITO
                                                             Andremo
 Publio fra poco. Io non avrei riposo
 se di Sesto il destino
 pria non sapessi. Ancora del Senato
 non torna alcun! Che mai sarà! Va’, chiedi
770che si fa, che s’attende? Io tutto voglio
 saper pria di partir.
 PUBLIO
                                       Vado. Ma temo
 di non tornar nunzio felice.
 TITO
                                                    E puoi
 creder Sesto infedele! Io dal mio core
 il suo misuro; e un impossibil parmi
775ch’egli m’abbia tradito.
 PUBLIO
 Ma signor non han tutti il cor di Tito.
 
    Tardi s’avvede
 d’un tradimento
 chi mai di fede
780mancar non sa.
 
    Un cor verace,
 pieno d’onore
 non è portento
 se ogn’altro core
785crede incapace
 d’infedeltà. (Parte)
 
 SCENA II
 
 TITO e poi ANNIO
 
 TITO
 No; così scelerato
 il mio Sesto non credo. Annio che rechi?
 L’innocenza di Sesto
790come la tua, di’, si svelò? Che dice?
 Consolami.
 ANNIO
                        Ah signor, pietà per lui
 io vengo ad implorar.
 TITO
                                          Pietà! Ma dunque
 sicuramente è reo?
 ANNIO
                                      Quel manto ond’io
 parvi infedele egli mi diè; da lui
795sai che seppesi il cambio. A Sesto in faccia
 esser da lui sedotto
 Lentulo afferma e l’accusato tace;
 che sperar si può mai?
 TITO
                                            Speriamo, amico,
 speriamo ancora. Agl’infelici è spesso
800colpa la sorte; e quel che vero appare
 sempre vero non è.
 ANNIO
                                      Il ciel volesse.
 Ma se poi fosse reo?
 TITO
 Ma se poi fosse reo dopo sì grandi
 pruove dell’amor mio, se poi di tanta
805enorme ingratitudine è capace,
 saprò scordarmi appieno
 anch’io... Ma non sarà. Lo spero almeno.
 
 SCENA III
 
 PUBLIO con foglio e detti
 
 PUBLIO
 Cesare nol diss’io? Sesto è l’autore
 della trama crudel.
 TITO
                                     Publio, ed è vero?
 PUBLIO
810Purtroppo; ei di sua bocca
 tutto affermò. Co’ complici il Senato
 alle fiere il condanna. Ecco il decreto
 terribile ma giusto;   (Dà il foglio a Tito)
 né vi manca, o signor, che ’l nome augusto.
 TITO
815Onnipotenti dei! (Si getta a sedere)
 ANNIO
 Ah pietoso monarca... (Inginocchiandosi)
 TITO
                                           Annio per ora
 lasciami in pace. (Annio si leva)
 PUBLIO
                                   Alla gran pompa unite
 sai che le genti ormai...
 TITO
                                             Lo so. Partite. (Publio si ritira)
 ANNIO
 
    Pietà signor di lui.
820So che il rigore è giusto;
 ma norma i falli altrui
 non son del tuo rigor.
 
    Se a’ prieghi miei non vuoi,
 se all’error suo non puoi,
825donalo al cor d’Augusto,
 donalo a te signor. (Parte)
 
 SCENA IV
 
 TITO solo a sedere
 
 TITO
 Che orror! Che tradimento!
 Che nera infedeltà! Fingersi amico,
 essermi sempre al fianco, ogni momento
830esiger dal mio core
 qualche pruova d’amore e starmi intanto
 preparando la morte! Ed io sospendo
 ancor la pena? E la sentenza ancora
 non segno... Ah sì, lo scellerato mora. (Prende la penna per sottoscrivere e poi s’arresta)
835Mora... Ma senza udirlo
 mando Sesto a morir? Sì; già l’intese
 abbastanza il Senato. E s’egli avesse
 qualche arcano a svelarmi? Olà. S’ascolti (Depone la penna, intanto esce una guardia)
 e poi vada al supplicio. A me si guidi
840Sesto. È pur di chi regna (Parte la guardia)
 infelice il destino! A noi si niega (S’alza)
 ciò che a’ più bassi è dato. In mezzo al bosco
 quel villanel mendico a cui circonda
 ruvida lana il rozzo fianco, a cui
845è mal fido riparo
 dalle ingiurie del ciel tugurio informe,
 placido i sonni dorme;
 passa tranquillo i dì; molto non brama;
 sa chi l’odia e chi l’ama; unito o solo
850torna sicuro alla foresta, al monte;
 e vede il core a ciascheduno in fronte.
 Noi fra tante grandezze
 sempre incerti viviam, che in faccia a noi
 la speranza o il timore
855su la fronte d’ognun trasforma il core.
 Chi dall’infido amico, olà, chi mai
 questo temer dovea.
 
 SCENA V
 
 PUBLIO e TITO
 
 TITO
                                        Ma Publio, ancora
 Sesto non vien?
 PUBLIO
                                Pochi momenti soli
 sono scorsi, o signor.
 TITO
                                        Vanne tu stesso;
860affrettalo.
 PUBLIO
                     Ubbidisco. I tuoi littori (Nel partire)
 veggonsi comparir. Sesto dovrebbe
 non molto esser lontano. Eccolo.
 TITO
                                                            Ingrato!
 All’udir che s’appressa
 già mi parla a suo pro l’affetto antico.
865Ma no; trovi il suo prence e non l’amico. (Tito siede e si compone in atto di maestà)
 
 SCENA VI
 
 TITO, PUBLIO, SESTO e custodi. Sesto entrato a pena si ferma
 
 SESTO
 (Numi! È quello ch’io miro (Guardando Tito)
 di Tito il volto! Oh Dio! Come divenne
 terribile per me!)
 TITO
                                    (Stelle! Ed è questo
 il sembiante di Sesto? Il suo delitto
870come lo trasformò! Porta sul volto
 la vergogna, il rimorso e lo spavento).
 PUBLIO
 (Mille affetti diversi ecco a cimento).
 TITO
 Avvicinati. (A Sesto con maestà)
 SESTO
                        (Oh voce
 che mi piomba sul cor!)
 TITO
                                              Non odi? (Come sopra)
 SESTO
                                                                 (Oh dio! (S’avanza due passi)
875Mi trema il piè; sento bagnarmi il volto
 di gelido sudore;
 l’angoscia del morir non è maggiore).
 TITO
 (E pur mi fa pietà). Publio, custodi
 lasciatemi con lui. (Parte Publio e le guardie)
 SESTO
                                     (No; di quel volto
880non ho costanza a sostener l’impero).
 TITO
 Ah Sesto, è dunque vero? (Tito rimasto solo con Sesto depone l’aria maestosa)
 Dunque vuoi la mia morte? E in che t’offese
 il tuo prence, il tuo padre,
 il tuo benefattor? Se Tito augusto
885hai potuto obbliar, di Tito amico
 come non ti sovvenne? Il premio è questo
 della tenera cura
 ch’ebbe sempre di te? Di chi fidarmi
 in avvenir potrò, se giunse, oh dei!
890anche Sesto a tradirmi! E lo potesti!
 E il cor te lo sofferse!
 SESTO
                                         Ah Tito, ah mio (Prorompe in un dirottissimo pianto e se gli getta a’ piedi)
 clementissimo prence,
 non più, non più; se tu veder potessi
 questo misero cor, spergiuro, ingrato
895pur ti farei pietà.  Toglimi presto
 questa vita infedel; lascia ch’io versi,
 se pietoso esser vuoi,
 questo perfido sangue a’ piedi tuoi.
 TITO
 Sorgi infelice. (Il contenersi è pena   (Si leva)
900a quel tenero pianto). Or vedi a quale
 lagrimevole stato
 un delitto riduce, una sfrenata
 avidità d’impero! E che sperasti
 di trovar mai nel trono? Il sommo forse
905d’ogni contento? Ah sconsigliato! Osserva
 quai frutti io ne raccolgo;
 e bramalo, se puoi.
 SESTO
                                      No, questa brama
 non fu che mi sedusse.
 TITO
 Dunque che fu?
 SESTO
                                La debbolezza mia,
910la mia fatalità.
 TITO
                              Più chiaro almeno
 spiegati.
 SESTO
                   Oh dio! Non posso.
 TITO
                                                        Odimi, o Sesto;
 siam soli; il tuo sovrano
 non è presente. Apri il tuo core a Tito.
 Confidati all’amico. Io ti prometto
915che Augusto nol saprà. Del tuo delitto
 di’ la prima cagion: cerchiamo insieme
 una via di scusarti. Io ne sarei
 forse di te più lieto.
 SESTO
                                       (Ecco una nuova
 specie di pena! O dispiacere a Tito,
920o Vitellia accusar!)
 TITO
                                     Dubbiti ancora? (Tito comincia a turbarsi)
 Ma Sesto mi ferisci
 nel più vivo del cor. Vedi che troppo
 tu l’amicizia oltraggi
 con questo diffidar. Pensaci. Appaga
925il mio giusto desio.
 SESTO
 (Ma qual astro splendeva al nascer mio!)
 TITO
 E taci? E non rispondi? Ah già che puoi
 tanto abusar di mia pietà...
 SESTO
                                                    Signore...
 Sappi dunque... (Che fo?)
 TITO
                                                  Siegui. (Con impazienza)
 SESTO
                                                                  (Ma quando
930finirò di penar?)
 TITO
                                  Parla una volta;
 che mi volevi dir?
 SESTO
                                    Ch’io son l’oggetto (Con impeto di disperazione)
 dell’ira degli dei, che la mia sorte
 non ho più forza a tollerar, ch’io stesso
 traditor mi confesso, empio mi chiamo,
935ch’io merito la morte e ch’io la bramo. (Tito ripiglia l’aria di maestà)
 TITO
 Sconoscente! E l’avrai. Custodi, il reo
 toglietemi dinanzi. (Alle guardie che saranno uscite)
 SESTO
                                       Il bacio estremo
 su quella invitta man...
 TITO
                                             Parti. (Non lo concede)
 SESTO
                                                          Fia questo
 l’ultimo don. Per questo solo istante
940ricordati, signor, l’amor primiero.
 TITO
 Parti; non è più tempo. (Senza guardarlo)
 SESTO
                                              È vero, è vero.
 
    Vo disperato a morte;
 né perdo già costanza
 a vista del morir.
 
945   Funesta la mia sorte
 la sola rimembranza
 ch’io ti potei tradir. (Parte)
 
 SCENA VII
 
 TITO solo
 
 TITO
 E dove mai s’intese
 più contumace infedeltà! Poteva
950il più tenero padre un figlio reo
 trattar con più dolcezza? Anche innocente
 d’ogn’altro error, saria di vita indegno
 per questo sol. Deggio alla mia negletta
 disprezzata clemenza una vendetta. (Va con isdegno verso il tavolino e s’arresta)
955Vendetta! Ah Tito! E tu sarai capace
 d’un sì basso desio che rende eguale
 l’offeso all’offensor! Merita invero
 gran lode una vendetta, ove non costi
 più che il volerla. Il torre altrui la vita
960è facoltà comune
 al più vil della terra; il darla è solo
 de’ numi e de’ regnanti. Eh viva... Invano
 parlan dunque le leggi? Io lor custode
 l’eseguisco così! Di Sesto amico
965non sa Tito scordarsi? Han pur saputo
 obbliar d’esser padri e Manlio e Bruto.
 Sieguansi i grandi esempi. Ogn’altro affetto   (Siede)
 d’amicizia e pietà taccia per ora.
 Sesto è reo; Sesto mora. Eccoci alfine (Sottoscrive)
970su le vie del rigore. Eccoci aspersi (S’alza)
 di cittadino sangue; e s’incomincia
 dal sangue d’un amico. Or che diranno
 i posteri di noi? Diran che in Tito
 si stancò la clemenza
975come in Silla e in Augusto
 la crudeltà; forse diran che troppo
 rigido io fui, ch’eran difese al reo
 i natali e l’età, che un primo errore
 punir non si dovea, che un ramo infermo
980subito non recide
 saggio cultor, se a risanarlo invano
 molto pria non sudò, che Tito alfine
 era l’offeso e che le proprie offese,
 senza ingiuria del giusto,
985ben poteva obliar... Ma dunque io feci
 sì gran forza al mio cor; né almen sicuro
 sarò ch’altri m’approvi! Ah non si lasci
 il solito cammin. Viva l’amico (Lacera il foglio)
 benché infedele. E se accusarmi il mondo
990vuol pur di qualche errore,
 m’accusi di pietà, non di rigore. (Getta il foglio lacerato)
 Publio.
 
 SCENA VIII
 
 TITO e PUBLIO
 
 PUBLIO
                 Cesare.
 TITO
                                 Andiamo
 al popolo che attende.
 PUBLIO
                                          E Sesto?
 TITO
                                                            E Sesto
 venga all’arena ancor.
 PUBLIO
                                          Dunque il suo fato...
 TITO
995Sì, Publio, è già deciso.
 PUBLIO
                                             (Ah sventurato!)
 TITO
 
    Se all’impero, amici dei,
 necessario è un cor severo,
 o togliete a me l’impero
 o a me date un altro cor.
 
1000   Se la fé de’ regni miei
 con l’amor non assicuro,
 d’una fede io non mi curo
 che sia frutto del timor. (Parte)
 
 SCENA IX
 
 VITELLIA uscendo dalla porta opposta richiama PUBLIO che seguiva Tito
 
 VITELLIA
 Publio, ascolta.
 PUBLIO
                              Perdona; (In atto di partire)
1005deggio a Cesare appresso
 andar...
 VITELLIA
                  Dove?
 PUBLIO
                                 All’arena. (Come sopra)
 VITELLIA
                                                     E Sesto?
 PUBLIO
                                                                       Anch’esso.
 VITELLIA
 Dunque morrà?
 PUBLIO
                                 Purtroppo. (Come sopra)
 VITELLIA
                                                       (Ahimè!) Con Tito
 Sesto ha parlato?
 PUBLIO
                                  E lungamente.
 VITELLIA
                                                               E sai
 quel ch’ei dicesse?
 PUBLIO
                                     No; solo con lui
1010restar Cesare volle; escluso io fui. (Parte)
 
 SCENA X
 
 VITELLIA sola
 
 VITELLIA
 Ecco il punto, o Vitellia,
 d’esaminar la tua costanza. Avrai
 valor che basti a rimirare esangue
 il tuo Sesto fedel? Sesto che t’ama
1015più della vita sua? Che per tua colpa
 divenne reo? Che t’ubbidì crudele?
 Che ingiusta t’adorò? Che in faccia a morte
 sì gran fede ti serba? E tu fra tanto,
 non ignota a te stessa, andrai tranquilla
1020al talamo d’Augusto? Ah mi vedrei
 sempre Sesto d’intorno. E l’aure ei sassi
 temerei che loquaci
 mi scoprissero a Tito. A’ piedi suoi
 vadasi il tutto a palesar; si scemi
1025il delitto di Sesto
 se scusar non si può. Speranze addio
 d’impero e d’imenei. Nutrirvi adesso
 stupidità saria. Ma, pur che sempre
 questa smania crudel non mi tormenti,
1030si gettin pur l’altre speranze a’ venti.
 
    Getta il nocchier talora
 pur que’ tesori all’onde
 che da remote sponde
 per tanto mar portò.
 
1035   E giunto al lido amico
 gli dei ringrazia ancora
 che ritornò mendico
 ma salvo ritornò. (Parte)
 
 SCENA XI
 
 Luogo magnifico che introduce a vastissimo anfiteatro di cui per diversi archi scuopresi la parte interna. I sedili dell’anfiteatro sudetto saranno ripieni di numeroso popolo spettatore e si vedranno già nell’arena i complici della congiura condannati alle fiere.
 
 Nel tempo che si canta il seguente coro, preceduto da’ littori, circondato da’ senatori e patrizi romani e seguito da’ pretoriani, esce TITO e poco dopo ANNIO e SERVILIA da diverse parti
 
 CORO
 
    Che del ciel, che degli dei
1040tu il pensier, l’amor tu sei,
 grand’eroe, nel giro angusto
 si mostrò di questo dì.
 
    Ma cagion di meraviglia
 non è già, felice Augusto,
1045che gli dei chi lor somiglia
 custodiscano così.
 
 TITO
 Pria che principio a’ lieti
 spettacoli si dia, custodi, innanzi
 conducetemi il reo.
 ANNIO
                                      Pietà signore.
 SERVILIA
1050Signor, pietà.
 TITO
                            Se a chiederla venite
 per Sesto, è tardi. È il suo destin deciso.
 ANNIO
 E sì tranquillo in viso
 lo condanni a morir!
 SERVILIA
                                        Di Tito il core
 come il dolce perdé costume antico?
 TITO
1055Ei s’appressa; tacete.
 
 SCENA XII
 
 PUBLIO e SESTO fra’ littori, poi VITELLIA e detti
 
 TITO
 Sesto de’ tuoi delitti
 tu sai la serie e sai
 qual pena ti si dee. Roma sconvolta,
 l’offesa maestà, le leggi offese,
1060l’amicizia tradita, il mondo, il cielo
 voglion la morte tua. De’ tradimenti
 sai pur ch’io son l’unico oggetto; or senti...
 VITELLIA
 Eccoti eccelso Augusto, (Inginocchiandosi)
 eccoti al piè la più confusa...
 TITO
                                                     Ah sorgi,
1065che fai? Che brami?
 VITELLIA
                                        Io ti conduco innanzi
 l’autor dell’empia trama.
 TITO
                                                E quanti mai,
 quanti siete a tradirmi!
 
 VITELLIA
                                              Io la più rea
 son di ciascuno; io meditai la trama;
 il più fedele amico
1070io ti sedussi; io del suo cieco amore
 a tuo danno abusai.
 TITO
                                       Ma del tuo sdegno
 chi fu cagion?
 VITELLIA
                             La tua bontà. Credei
 che questa fosse amor. La destra e il trono
 da te speravo in dono e poi negletta
1075restai due volte e procurai vendetta.
 TITO
 (Ma che giorno è mai questo! Al punto istesso
 che assolvo un reo, ne scuopro un altro! E quando
 troverò giusti numi
 un’anima fedel? Congiuran gli astri
1080cred’io per obbligarmi a mio dispetto
 a diventar crudel. No; non avranno
 questo trionfo. A sostener la gara
 già s’impegnò la mia virtù. Vediamo
 se più costante sia
1085l’altrui perfidia o la clemenza mia).
 Olà, Sesto si sciolga; abbia di nuovo
 Lentulo e i suoi seguaci
 e vita e libertà; sia noto a Roma
 ch’io son l’istesso e ch’io
1090tutto so, tutti assolvo e tutto obblio.
 SESTO
 Io son di sasso!
 VITELLIA
                               Io non trattengo il pianto.
 TITO
 Vitellia, a te promisi
 la destra mia ma...
 VITELLIA
                                     Lo conosco Augusto,
 non è per me;
 TITO
                             Pure ti bramo in parte
1095contenta almeno. Una rival sul trono
 non vedrai, tel prometto. Altra io non voglio
 sposa che Roma; i figli miei saranno
 i popoli soggetti;
 serbo indivisi a lor tutti gli affetti.
1100Tu d’Annio e di Servilia
 agl’imenei felici unisci i tuoi,
 principessa, se vuoi. Concedi pure
 la destra a Sesto; il sospirato acquisto
 già gli costa abbastanza.
 VITELLIA
                                              Infin ch’io viva
1105fia sempre il tuo voler legge al mio core.
 SESTO
 Ah Cesare, ah signore! E poi non soffri
 che t’adori la terra? E che destini
 tempi il Tebro al tuo nume? E come e quando
 sperar potrò che la memoria amara
1110de’ falli miei...
 TITO
                              Sesto non più; torniamo
 di nuovo amici; e de’ trascorsi tuoi
 non si parli più mai. Dal cor di Tito
 già cancellati sono;
 me li scordo, t’abbraccio e ti perdono.
 CORO
 
1115   Che del ciel, che degli dei
 tu il pensier, l’amor tu sei,
 grand’eroe, nel giro angusto
 si mostrò di questo dì.
 
    Ma cagion di meraviglia
1120non è già, felice Augusto,
 che gli dei chi lor somiglia
 custodiscano così.
 
 Il fine