Demofoonte, libretto, Stoccarda, Cotta, 1764

 ATTO PRIMO
 
 SCENA PRIMA
 
 Cortile del palazzo reale. Nel fondo del quale, da una parte aspetto esteriore del gran tempio di Apollo, con magnifica scala per cui vi si ascende, e dall’altra vista di alcune superbe fabbriche della città.
 
 DEMOFOONTE accompagnato da ADRASTO, preceduto dalle guardie reali e seguito da’ grandi del regno, discende dal tempio
 
 DEMOFOONTE
 Adrasto! Ah dunque esser può il ciel cotanto
 avido ancora d’innocente sangue!
 Sì, m’ero lusingato
 che dovesse esser questo
5il giorno fortunato
 che prescrivesse il fine al crude rito
 dall’oracol richiesto. Io volo al tempio,
 formo preghiere e voti a’ pié del nume,
 lo consulto di nuovo
10sui casi nostri orribili e funesti
 ma qual risposta, oh dio, tu l’intendesti.
 ADRASTO
 Ne mi so ancor riscuoter dall’orrore.
 Ella è oscura e crudel: ma che vuol farsi?
 Convien piegar la fronte, ove si tratta
15di un decreto divino
 e dal tempo sperar miglior destino.
 DEMOFOONTE
 Miserabil conforto! E sempre intanto
 son costretto a tremar.
 ADRASTO
                                            Per chi signor
 poiché da rito orrendo
20lontante dalla Tracia, il cielo assolve
 le figlie del monarca?
 DEMOFOONTE
 Ah, che il monarca, Adrasto,
 d’gni fedel vassallo che l’adora
 perché appunto è monarca, è padre ancora.
 ADRASTO
25Ma nella lor sventura i tuoi vassalli
 lamentarsi di te però non odi.
 Piange ciascun: ma le sue figlie all’urna
 non ricusa d’offrir. Matusio solo...
 DEMOFOONTE
 Compatirei Matusio
30come padre: ma troppo
 con pertinace orgoglio
 uguagliandosi a me troppo pretende
 e la reale maestade offende.
 So quanto può l’amor paterno e questo
35forse ingiusto mi rese allontanando
 le figlie mie... Deh quanto,
 oh figlie mi costate!... Ahi tutti veggo,
 gli obblighi di chi regna,
 ma la necessità gran cose insegna.
 
40   Per lei fra l’armi dorme il guerriero,
 Per lei fra l’armi canta il nocchiero,
 per le la morte terror non ha.
 
    Fin le più timide belve fugaci
 valor dimostrano, si fanno audaci
45quand’è il combattere necessità. (Parte, seguito da Adrasto e da tutti).
 
 SCENA II
 
 Orti pensili corrispondenti a diversi appartamenti della reggia di Demofoonte.
 
 DIRCEA e MATUSIO
 
 DIRCEA
 Credimi, o padre, il tuo soverchio affetto
 un mal dubbioso ancora
 rende sicuro. A domandar che solo
 il mio nome non vegga
50l’urna fatale, altra ragion non hai
 che il regio esempio.
 MATUSIO
                                         E ti par poco? Io forse
 perché suddito nacqui
 son men padre del re? D’Apollo il cenno
 d’una vergine illustre
55vuol che su l’are sue si sparga il sangue
 ogni anno in questo dì; ma non esclude
 le vergini reali. Ei che si mostra
 delle leggi divine
 sì rigido custode agli altri insegni
60con l’esempio costanza. A sé richiami
 le allontanate ad arte
 sue regie figlie. I nomi loro esponga
 anch’egli al caso. All’agitar dell’urna
 provi egli ancor d’un infelice padre
65come palpita il cor, come si trema
 quando al temuto vaso
 la mano accosta il sacerdote, e quando
 in sembianza funesta
 l’estratto nome a pronunziar s’appresta.
70E arrossisca una volta
 ch’abbia a toccar sempre la parte a lui
 di spettator nelle miserie altrui.
 DIRCEA
 Ma sai pur che a’ sovrani
 è suddita la legge.
 MATUSIO
75Le umane sì, non le divine.
 DIRCEA
                                                    E queste
 a lor s’aspetta interpretar.
 MATUSIO
                                                  Non quando
 parlan chiaro gli dei.
 DIRCEA
                                         Mai chiari a segno...
 MATUSIO
 Non più, Dircea. Son risoluto.
 DIRCEA
                                                        Ah meglio
 pensaci, o genitor. Già il re purtroppo
80bieco ti guarda. Ah che sarà se aggiunge
 ire novelle all’odio antico?
 MATUSIO
                                                  Invano
 l’odio di lui tu mi rammenti e l’ira;
 la ragion mi defende, il ciel m’inspira.
 
    O più tremar non voglio
85fra tanti affanni e tanti;
 o ancor chi preme il soglio
 ha da tremar con me.
 
    Ambo siam padri amanti;
 ed il paterno affetto
90parla egualmente in petto
 del suddito e del re. (Parte)
 
 SCENA III
 
 DIRCEA, poi TIMANTE
 
 DIRCEA
 Se ’l mio principe almeno
 quindi lungi non fosse... Oh ciel! Che miro?
 Ei viene a me!
 TIMANTE
                              Dolce consorte...
 DIRCEA
                                                              Ah taci.
95Potrebbe udirti alcun. Rammenta, o caro,
 che qui non resta in vita
 suddita sposa a regio figlio unita.
 TIMANTE
 Non temer, mia speranza. Alcun non ode;
 io ti difendo.
 DIRCEA
                           E quale amico nume
100ti rende a me?
 TIMANTE
                              Del genitore un cenno
 mi richiama dal campo
 né la cagion ne so. Ma tu, mia vita,
 m’ami ancor? Ti ritrovo
 qual ti lasciai? Pensasti a me?
 DIRCEA
                                                         Ma come
105chieder lo puoi? Puoi dubitarne?
 TIMANTE
                                                              Oh dio!
 Non dubito, ben mio, lo so che m’ami.
 Ma da quel dolce labbro
 troppo, soffrilo in pace,
 sentirlo replicar troppo mi piace.
110Ed il picciolo Olinto, il caro pegno
 de’ nostri casti amori
 che fa? Cresce in bellezza?
 Ah dov’è? Sposa amata,
 guidami a lui; fa’ ch’io lo vegga.
 DIRCEA
                                                            Affrena,
115signor, per ora il violento affetto.
 In custodita parte
 egli vive celato e andarne a lui
 non è sempre sicuro. Oh quanta pena
 costa il nostro segreto!
 TIMANTE
                                           Ormai son stanco
120di finger più, di tremar sempre. Io voglio
 cercare oggi una via
 d’uscir di tante angustie.
 DIRCEA
                                                Oggi sovrasta
 altra angustia maggiore. Il giorno è questo
 dell’annuo sacrificio. Il nome mio
125sarà esposto alla sorte. Il re lo vuole;
 s’oppone il padre; e della lor contesa
 temo più che del resto.
 TIMANTE
                                            È noto forse
 al padre tuo che sei mia sposa?
 DIRCEA
                                                           Il cielo
 nol voglia mai. Più non vivrei.
 TIMANTE
                                                         M’ascolta.
130Proporrò che di nuovo
 si consulti l’oracolo. Acquistiamo
 tempo a pensar.
 DIRCEA
                                 Questo è già fatto.
 TIMANTE
                                                                    E come
 rispose?
 DIRCEA
                   Oscuro e breve.
 «Con voi del ciel si placherà lo sdegno,
135quando noto a sé stesso
 fia l’innocente usurpator d’un regno».
 TIMANTE
 Che tenebre son queste!
 DIRCEA
                                               E se dall’urna
 esce il mio nome, io che farò? La morte
 mio spavento non è; Dircea saprebbe
140per la patria morir. Ma Febo chiede
 d’una vergine il sangue. Io moglie e madre
 come accostarmi all’ara? O parli, o taccia
 colpevole mi rendo;
 il ciel se taccio, il re se parlo offendo.
 TIMANTE
145Sposa, ne’ gran perigli
 gran coraggio bisogna. Al re conviene
 scoprir l’arcano.
 DIRCEA
                                E la funesta legge
 che a morir mi condanna?
 TIMANTE
                                                   Un re la scrisse,
 può rivocarla un re. Benché severo
150Demofoonte è padre ed io son figlio.
 Qual forza han questi nomi
 io lo so, tu lo sai. Non torno alfine
 senza merito a lui. La Scizia oppressa,
 il soggiogato Fasi
155son mie conquiste; e qualche cosa il padre
 può fare anche per me. Se ciò non basta
 saprò dinanzi a lui
 piangere, supplicar, piegarmi al suolo,
 abbracciargli le piante,
160domandargli pietà.
 DIRCEA
                                      Dubito... Oh dio!
 TIMANTE
 Non dubitar, Dircea. Lascia la cura
 a me del tuo destin. Va’. Per tua pace
 ti stia nell’alma impresso
 che a te penso, cor mio, più che a me stesso.
 DIRCEA
 
165   In te spero, o sposo amato,
 fido a te la sorte mia;
 e per te, qualunque sia,
 sempre cara a me sarà.
 
    Purché a me nel morir mio
170il piacer non sia negato
 di vantar che tua son io,
 il morir mi piacerà. (Parte)
 
 SCENA IV
 
 TIMANTE e poi DEMOFOONTE con seguito; indi ADRASTO
 
 TIMANTE
 Sei pur cieca, o fortuna! Alla mia sposa
 generosa concedi
175beltà, virtù quasi divina e poi
 la fai nascer vassalla. Error sì grande
 correggerò ben io. Meco sul trono
 la Tracia un dì l’adorerà. Ma viene
 il real genitor. Più non s’asconda
180il mio segreto a lui.
 DEMOFOONTE
                                      Principe, figlio.
 TIMANTE
 Padre, signor. (S’inginocchia)
 DEMOFOONTE
                              Sorgi.
 TIMANTE
                                            I reali imperi
 eccomi ad eseguir.
 DEMOFOONTE
                                     So che non piace
 al tuo genio guerriero
 la pacifica reggia; e il cenno mio
185che ti svelle dall’armi
 forse t’incresce. I tuoi sudori ormai
 di riposo han bisogno.
 Il meritar son le tue parti; e sono
 il premiarti le mie. Se il prence, il figlio
190degnamente le sue compì finora,
 il padre, il re le sue compisca ancora.
 TIMANTE
 (Opportuno è il momento. Ardir!) Conosco
 tanto il bel cor del mio
 tenero genitor che...
 DEMOFOONTE
                                       No, non puoi
195conoscerlo abbastanza. Io penso, o figlio,
 a te più che non credi;
 io ti leggo nell’alma e quel che taci
 intendo ancor. Con la tua sposa al fianco
 vorresti ormai che ti vedesse il regno.
200Di’, non è ver?
 TIMANTE
                              (Certo ei scoperse il nodo
 che mi stringe a Dircea).
 DEMOFOONTE
                                                Parlar non osi;
 e a compiacerti appunto
 il tuo mi persuade
 rispettoso silenzio. Io lo confesso,
205dubitai su la scelta; anzi mi spiacque.
 L’acconsentire al nodo
 mi pareva viltà. Gli odi del padre
 abborria nella figlia. Alfin prevalse
 il desio di vederti
210felice, o prence.
 TIMANTE
                                (Il dubitarne è vano).
 DEMOFOONTE
 A paragon di questo
 è lieve ogni riguardo.
 TIMANTE
                                          Amato padre,
 nuova vita or mi dai. Volo alla sposa
 per condurla al tuo piè.
 DEMOFOONTE
                                             Ferma. Cherinto,
215il tuo minor germano
 la condurrà.
 TIMANTE
                         Che inaspettata è questa
 felicità!
 DEMOFOONTE
                  V’è per mio cenno al porto
 chi ne attende l’arrivo.
 TIMANTE
                                            Al porto!
 DEMOFOONTE
                                                               E quando
 vegga apparir la sospirata nave
220avvertiti sarem.
 TIMANTE
                                Qual nave?
 DEMOFOONTE
                                                       Quella
 che la real Creusa
 conduce alle tue nozze.
 TIMANTE
                                            (Oh dei!)
 DEMOFOONTE
                                                                Ti sembra
 strano, lo so. Gli ereditari sdegni
 de’ suoi, degli avi nostri un simil nodo
225non facevan sperar. Ma in dote alfine
 ella ti porta un regno. Unica prole
 è del cadente re.
 TIMANTE
                                 Signor... Credei...
 (Oh error funesto!)
 DEMOFOONTE
                                      Una consorte altrove
 che suddita non sia per te non trovo.
 TIMANTE
230O suddita o sovrana
 che importa, o padre?
 DEMOFOONTE
                                           Ah no; troppo degli avi
 ne arrossirebbon l’ombre. È lor la legge
 che condanna a morir sposa vassalla
 unita al real germe; e finch’io viva,
235saronne il più severo
 rigido esecutor.
 TIMANTE
                                Ma questa legge...
 ADRASTO
 Signor, giungono in porto
 le frigie navi.
 DEMOFOONTE
                            Ad incontrar la sposa
 vola, o Timante.
 TIMANTE
                                Io?
 DEMOFOONTE
                                         Sì. Con te verrei
240ma un funesto dover mi chiama al tempio.
 TIMANTE
 Ferma, senti, signor.
 DEMOFOONTE
                                         Parla. Che brami?
 TIMANTE
 Confessarti... (Che fo?) Chiederti... (Oh dio!
 Che angustia è questa!) Il sagrificio, o padre,
 la legge... la consorte...
245(Oh legge! Oh sposa! Oh sagrificio! Oh sorte!)
 DEMOFOONTE
 Principe, il nodo è stretto, io l’ho promesso.
 E non ci resta ormai
 più luogo a pentimento o alcun consiglio.
 La fé paterna ora sostenghi il figlio (Parte con Adrasto).
 
 SCENA V
 
 TIMANTE solo
 
 TIMANTE
250Ma che vi fece, o stelle,
 la povera Dircea che tante unite
 sventure contro lei! Voi che inspiraste
 i casti affetti alle nostr’alme, voi
 che al pudico imeneo foste presenti,
255difendetela, o numi; io mi confondo.
 M’oppresse il colpo a segno
 che il cor mancommi e si smarrì l’ingegno.
 
    Sperai vicino il lido;
 credei calmato il vento;
260ma trasportar mi sento
 fra le tempeste ancor.
 
    E da uno scoglio infido
 mentre salvar mi voglio,
 urto in un altro scoglio
265del primo assai peggior. (Parte)
 
 SCENA VI
 
 Porto di mare festivamente adornato per l’arrivo della principessa di Frigia. Vista di molte navi, dalla più magnifica delle quali al suono di vari stromenti barbari, preceduti da numeroso corteggio sbarcano a terra.
 
 CREUSA e CHERINTO
 
 CREUSA
 Ma che t’affanna, o prence?
 Perché mesto così? Pensi, sospiri,
 taci, mi guardi; e se a parlar t’astringo
 con rimproveri amici,
270molto a dir ti prepari e nulla dici.
 Al talamo le spose
 in sì lugubre aspetto
 s’accompagnan fra voi? Per le mie nozze
 qual augurio è mai questo?
 CHERINTO
275Se nulla di funesto
 presagisce il mio duol, tutto si sfoghi,
 o bella principessa,
 tutto sopra di me. Poco i miei mali
 accresceran le stelle. Io de’ viventi
280già sono il più infelice.
 CREUSA
                                            E questo arcano
 non può svelarsi a me? Vaglion sì poco
 il mio soccorso, i miei consigli? È vero
 io son donna e sarebbe
 mal sicuro il segreto. Andiamo, andiamo.
285Taci pur; n’hai ragion.
 CHERINTO
                                            Fermati. Oh numi!
 Parlerò; non sdegnarti. Io non ho pace;
 tu me la togli; il tuo bel volto adoro;
 so che l’adoro invano;
 e mi sento morir. Questo è l’arcano.
 CREUSA
290Come! Che ardir!
 CHERINTO
                                   Nol dissi
 che sdegnar ti farei?
 CREUSA
                                        Sperai, Cherinto,
 più rispetto da te.
 CHERINTO
                                    Colpa d’amore...
 CREUSA
 Taci, taci. Non più. (Volendo partire)
 CHERINTO
                                      Ma giacché a forza
 tu volesti o Creusa
295il delitto ascoltar, senti la scusa.
 CREUSA
 Che dir potrai?
 CHERINTO
                               Che di pietà son degno,
 s’ardo per te. Che se l’amarti è colpa,
 Demofoonte è il reo. Doveva il padre
 per condurti a Timante
300altri sceglier che me. Tu bella sei,
 cieco io non son. Ti vidi,
 t’ammirai, mi piacesti. A te vicino
 ogni dì mi trovai. E mille volte
 a te spiegar credei
305gli affetti del german, spiegando i miei.
 CREUSA
 (Ah me n’avvidi). Un tale ardir mi giunge
 nuovo così che instupidisco.
 CHERINTO
                                                     E pure
 talor mi lusingai...
 CREUSA
                                    Orsù, Cherinto,
 della mia tolleranza
310cominci ad abusar. Mai più d’amore
 guarda di non parlarmi.
 CHERINTO
                                               Ingrata!... Oh dio! (In atto di partire)
 CREUSA
 Ma dove, dove corri. E chi finora
 t’impose di partir?
 CHERINTO
                                      Comprendo assai
 anche quel che non dici.
 CREUSA
                                               Ah prence, ah quanto
315mal mi conosci. Io da quel punto... (Oh numi!)
 CHERINTO
 Termina i detti tuoi.
 CREUSA
 Da quel punto... (Ah che fo?) Parti, se vuoi.
 CHERINTO
 Barbara partirò; ma forse... Oh stelle!
 Ecco il german.
 
 SCENA VII
 
 TIMANTE frettoloso e detti
 
 TIMANTE
                               Dimmi, Cherinto. È questa
320la frigia principessa?
 CHERINTO
                                         Appunto.
 TIMANTE
                                                             Io deggio
 seco parlar. Per un momento solo
 da noi ti scosta.
 CHERINTO
                               Ubbidirò. (Che pena!)
 CREUSA
 Sposo, signor.
 TIMANTE
                             Donna real, noi siamo
 in gran periglio entrambi. Il tuo decoro,
325la vita mia tu sola
 puoi difender, se vuoi.
 CREUSA
                                            Che avvenne?
 TIMANTE
                                                                        I nostri
 genitori fra noi strinsero un nodo
 che forse a te dispiace,
 ch’io non richiesi. I pregi tuoi reali
330sarian degni d’un nume
 non che di me; ma il mio destin non vuole
 ch’io possa esserti sposo. Un vi si oppone
 invincibil riparo. Il padre mio
 nol sa, né posso dirlo. A te conviene
335prevenir un rifiuto. In vece mia
 va’, rifiutami tu. Di’ ch’io ti spiaccio;
 aggrava, io tel perdono,
 i demeriti miei; sprezzami e salva
 per questa via, che il mio dover t’addita,
340l’onor tuo, la mia pace e la mia vita.
 CREUSA
 Come!
 TIMANTE
                Teco io non posso
 trattenermi di più. Prence alla reggia
 sia tua cura il condurla. (Partendo)
 CREUSA
                                              Ah dimmi almeno...
 TIMANTE
 Dissi tutto il cor mio.
345Né più dirti saprei. Pensaci. Addio. (Parte)
 
 SCENA VIII
 
 CREUSA e CHERINTO
 
 CREUSA
 Numi! A Creusa? Alla reale erede
 dello scettro di Frigia un tale oltraggio?
 Cherinto, hai cuor?
 CHERINTO
                                      L’avrei,
 se tu non mel toglievi.
 CREUSA
                                           Ah l’onor mio
350vendica tu, se m’ami. Il cor, la mano,
 il talamo, lo scettro,
 quanto possiedo è tuo. Limite alcuno
 non pongo al premio.
 CHERINTO
                                          E che vorresti?
 CREUSA
                                                                        Il sangue
 dell’audace Timante.
 CHERINTO
355Del mio german!
 CREUSA
                                  Che! Impallidisci? Ah vile.
 Va’. Troverò chi voglia
 meritar l’amor mio.
 CHERINTO
                                       Ma principessa...
 CREUSA
 Non più. Lo so; siete d’accordo entrambi
 scellerati a tradirmi.
 CHERINTO
                                        Io? Come? E credi
360così dunque il mio amor poco sincero?
 CREUSA
 Del tuo amor mi vergogno o falso o vero.
 
    Non curo l’affetto
 d’un timido amante
 che serba nel petto
365sì poco valor.
 
    Che trema, se deve
 far uso del brando,
 ch’è audace sol quando
 si parla d’amor. (Parte)
 
 SCENA IX
 
 CHERINTO solo
 
 CHERINTO
370Oh dei perché tanto furor! Che mai
 l’avrà detto il german! Voler ch’io stesso
 nelle fraterne vene... Ah che in pensarlo
 gelo d’orror. Ma con qual fasto il disse!
 Con qual fierezza! E pur quel fasto e quella
375sua fierezza m’alletta. In essa io trovo
 un non so che di grande
 che in mezzo al suo furore
 stupir mi fa, mi fa languir d’amore.
 
    Il suo leggiadro viso
380non perde mai beltà,
 bello nella pietà,
 bello è nell’ira.
 
    Quand’apre i labbri al riso,
 parmi la dea del mar;
385e Pallade mi par,
 quando s’adira. (Parte)
 
 SCENA X
 
 MATUSIO esce furioso con DIRCEA per mano
 
 DIRCEA
 Dove, dove o signor?
 MATUSIO
                                         Nel più deserto
 sen della Libia, alle foreste ircane,
 fra le scitiche rupi, o in qualche ignota,
390se alcuna il mar ne serra,
 separata dal mondo ultima terra.
 DIRCEA
 (Ah scoprì l’imeneo! Son morta). Oh dio!
 Signor, pietà.
 MATUSIO
                            Non v’è pietà, né fede.
 Tutto è perduto.
 DIRCEA
                                 Ecco al tuo piè...
 MATUSIO
                                                                 Che fai?
 DIRCEA
395Io voglio pianger tanto...
 MATUSIO
 Il tuo caso domanda altro che pianto.
 DIRCEA
 Sappi...
 MATUSIO
                  Attendimi. Un legno
 volo a cercar che ne trasporti altrove. (Parte)
 
 SCENA XI
 
 DIRCEA e poi TIMANTE
 
 DIRCEA
 Dove, misera, ah dove
400vuol condurmi a morir? Figlio innocente,
 adorato consorte, oh dei, che pena
 partir senza vedervi.
 TIMANTE
                                         Alfin ti trovo,
 Dircea mia vita.
 DIRCEA
                                 Ah caro sposo, addio
 e addio per sempre. Al tuo paterno amore
405raccomando il mio figlio;
 abbraccialo per me; bacialo e tutta
 narragli, quando sia
 capace di pietà, la sorte mia.
 TIMANTE
 Sposa che dici? Ah nelle vene il sangue
410gelar mi fai.
 DIRCEA
                          Certo scoperse il padre
 il nostro arcano. Ebro è di sdegno e vuole
 quindi lungi condurmi. Io lo conosco,
 per me non v’è più speme.
 TIMANTE
                                                   Eh rassicura
 lo smarrito tuo cor, sposa diletta,
415al mio fianco tu sei.
 
 SCENA XII
 
 MATUSIO torna frettoloso e detti
 
 MATUSIO
                                       Dircea, t’affretta.
 TIMANTE
 Dircea non partirà.
 MATUSIO
                                      Chi l’impedisce?
 TIMANTE
 Io.
 MATUSIO
         Come!
 DIRCEA
                        Aimè!
 MATUSIO
                                      Difenderò col ferro
 la paterna ragion. (Snuda la spada)
 TIMANTE
                                    Col ferro anch’io
 la mia difenderò. (Fa lo stesso)
 DIRCEA
                                    Prence, che fai?
420Fermati, o genitore. (Si frappone)
 MATUSIO
                                        Empio! Impedirmi
 che al crudel sacrificio un’innocente
 vergine io tolga?
 DIRCEA
                                 (Oh dei!)
 TIMANTE
                                                     Ma dunque...
 DIRCEA
                                                                                (Ah taci. (Piano a Timante fingendo trattenerlo)
 Nulla sa; m’ingannai).
 MATUSIO
                                            Volerla oppressa!
 DIRCEA
 (Io quasi per timor tradii me stessa).
 TIMANTE
425Signor perdona. Ecco l’error. Ti vidi
 verso lei che piangea correr sdegnato;
 tempo a pensar non ebbi; opra pietosa
 il salvarla credei dal tuo furore.
 MATUSIO
 Dunque la nostra fuga
430non impedir. La vittima, se resta,
 oggi sarà Dircea.
 DIRCEA
                                  Stelle!
 TIMANTE
                                                Dall’urna
 forse il suo nome uscì?
 MATUSIO
                                            No; ma l’ingiusto
 tuo padre vuol quell’innocente uccisa,
 senza il voto del caso.
 TIMANTE
                                         E perché tanto
435sdegno con lei?
 MATUSIO
                               Per punir me che volli
 impedir che alla sorte
 fosse esposta Dircea, perché produssi
 l’esempio suo, perché l’amor paterno
 mi fe’ scordar d’esser vassallo.
 DIRCEA
                                                         Oh dio!
440Ogni cosa congiura a danno mio.
 TIMANTE
 Matusio, non temer. Barbaro tanto
 il re non è. Negl’impeti improvvisi
 tutti abbaglia il furor; ma la ragione
 poi n’emenda i trascorsi.
 
 SCENA XIII
 
 ADRASTO con guardie e detti
 
 ADRASTO
                                                Olà ministri,
445custodite Dircea. (Le guardie la circondano)
 MATUSIO
                                   Nol dissi, o prence!
 TIMANTE
 Come!
 DIRCEA
                Misera me!
 TIMANTE
                                        Per qual cagione
 è Dircea prigioniera?
 ADRASTO
                                          Il re l’impone.
 Vieni. (A Dircea)
 DIRCEA
                Ah dove?
 ADRASTO
                                    Fra poco,
 sventurata, il saprai.
 DIRCEA
                                        Principe, padre,
450soccorretemi voi,
 movetevi a pietà.
 TIMANTE
                                   No, non fia vero... (In atto d’assalire)
 MATUSIO
 Non soffrirò...
 ADRASTO
                             Se v’appressate, in seno
 questo ferro le immergo. (Impugnando uno stile)
 TIMANTE
                                                 Empio!
 MATUSIO
                                                                  Inumano! (Si fermano)
 ADRASTO
 Il comando sovrano
455mi giustifica assai.
 DIRCEA
                                     Dunque...
 ADRASTO
                                                          T’affretta;
 sono vane, o Dircea, le tue querele.
 DIRCEA
 Vengo. (Incamminandosi)
 TIMANTE, MATUSIO
                 Ah barbaro. (In atto d’assalire)
 ADRASTO
                                         Olà. (In atto di ferire)
 TIMANTE, MATUSIO
                                                    Ferma crudele. (Arrestandosi)
 DIRCEA
 
    Padre!... perdona...
 
 MATUSIO
 
                                         Oh pene!
 
 DIRCEA
 
 Prence... rammenta...
 
 TIMANTE
 
                                          Oh dio!
 
 DIRCEA
 
460Giacché morir degg’io...
 (potessi almen parlar).
 
 TIMANTE
 
    No, non morrai.
 
 MATUSIO
 
                                   Che affanno!
 
 TIMANTE, MATUSIO A DUE
 
 Mi sento il cor mancar.
 
 DIRCEA
 
    Padre, al destin t’arrendi,
465modera il tuo dolor.
 
    Prence... se il ciel... m’intendi...
 (Ah mi si spezza il cor!)
 
 TIMANTE
 
    Qual crudo ciel! (Avvicinandosi a Dircea)
 
 MATUSIO
 
                                    Qual fato! (Parimenti)
 
 TIMANTE
 
 Perfido... (Staccandosi da Dircea, vedendola minacciata da Adrasto)
 
 DIRCEA
 
                     Oh dio!
 
 MATUSIO
 
                                      Spietato. (Parimenti)
 DIRCEA
 
470Tacete, oh dei, fermate
 e il reo destin lasciate
 tutto sfogarsi in me.
 
 TIMANTE, MATUSIO A DUE
 
    Ah non fia ver! Vivrai
 o morirò con te
 
 DIRCEA
 
475   Ah padre!... Ah prence... addio,
 ecco a morir m’invio,
 più da sperar non v’è. (Parte Dircea con Adrasto e le guardie)
 
 MATUSIO, TIMANTE A DUE
 
    Ah barbari, dal petto
 voi mi staccate il cor.
 
 MATUSIO
 
480   Che si tarda? Andiam...
 
 TIMANTE
 
                                                 Sì, volo
 per calmare il genitor.
 
 MATUSIO
 
    Se non cede, alfin io solo
 lo farò tremare ancor.
 
 TIMANTE, MATUSIO A DUE
 
    Così, o dei, voi proteggete
485l’innocenza e la pietà?
 Ah che troppo ingiusti siete!
 questa è troppa crudeltà.
 
 Fine dell’atto primo