Demofoonte, libretto, Stoccarda, Cotta, 1764

 ATTO SECONDO
 
 SCENA PRIMA
 
 Gabinetti.
 
 DEMOFOONTE e CREUSA
 
 DEMOFOONTE
 Chiedi pure, o Creusa. In questo giorno
 tutto farò per te. Ma non parlarmi
490a favor di Dircea.
 CREUSA
 Io non vengo per altri
 a pregarti, signor. Conosco assai
 quel che potrei sperar. Le mie preghiere
 son per me stessa.
 DEMOFOONTE
                                    E che vorresti?
 CREUSA
                                                                  In Frigia
495subito ritornar. Manca il tuo cenno
 perché possan dal porto
 le navi uscir. Questo io domando; e credo
 che negarlo non puoi, se pur qui dove
 venni a parte del trono,
500non è strano il timor, schiava io non sono.
 DEMOFOONTE
 Che dici, o principessa? Ah quai sospetti!
 Che pungente parlar! Partir da noi!
 E lo sposo? E le nozze?
 CREUSA
                                            Eh per Timante
 Creusa è poco. Una beltà mortale
505non lo speri ottener. Per lui... Ma questa
 la mia cura non è. Partir vogl’io;
 posso, o signor?
 DEMOFOONTE
                                Tu sei
 l’arbitra di te stessa. In Tracia a forza
 ritenerti non vuo’. Ma non sperai
510tale ingiuria da te.
 CREUSA
                                     Non so di noi
 chi ha ragion di lagnarsi; e il prence... Alfine
 bramo partir.
 DEMOFOONTE
                            Ma lo vedesti?
 CREUSA
                                                         Il vidi.
 DEMOFOONTE
 Ti parlò?
 CREUSA
                    Così meco
 parlato non avesse.
 DEMOFOONTE
                                      E che ti disse?
 CREUSA
515Signor, basta così.
 DEMOFOONTE
                                    Creusa, intendo.
 Ruvido troppo alle parole, agli atti
 ti parve il prence. Ei freddamente forse
 t’accolse, ti parlò. Ma a te si serba
 la gloria d’erudirlo.
 CREUSA
520Al rossor d’un rifiuto una mia pari
 non s’espone però.
 DEMOFOONTE
                                     Rifiuto! E come
 lo potresti temer?
 CREUSA
                                    Chi sa?
 DEMOFOONTE
                                                    La mano,
 purché tu non la sdegni, in questo giorno
 il figlio a te darà. La mia ne impegno
525fede reale. E se l’audace ardisse
 di repugnar, da mille furie invaso
 saprei... Ma no. Troppo è lontano il caso.
 CREUSA
 (Sì sì, Timante all’imeneo s’astringa
 per poter rifiutarlo). E bene, accetto,
530signor, la tua promessa; or fia tua cura
 che poi...
 DEMOFOONTE
                    Basta così. Vivi sicura.
 CREUSA
 
    Tu sai chi son; tu sai
 quel ch’al mio onor conviene.
 Pensaci. E s’altro avviene,
535non ti lagnar di me.
 
    Tu re, tu padre sei
 ed obbliar non dei
 come comanda un padre,
 come punisce un re. (Parte)
 
 SCENA II
 
 DEMOFOONTE e poi TIMANTE
 
 DEMOFOONTE
540Che alterezza ha costei! Quasi... Ma tutto
 al grado, al sesso ed all’età si doni.
 TIMANTE
 Mio re, mio genitor, grazia, perdono,
 pietà.
 DEMOFOONTE
              Per chi?
 TIMANTE
                                Per l’infelice figlia
 dell’afflitto Matusio.
 DEMOFOONTE
                                        Ho già deciso
545del suo destin. Per ora
 d’altro abbiamo a parlar. Dimmi; a Creusa
 che mai facesti? In questo dì tua sposa
 esser deve e l’irriti?
 TIMANTE
                                       Ho tal per lei
 ripugnanza nel cor che non mi sento
550valor di superarla.
 DEMOFOONTE
                                    E pur conviene...
 TIMANTE
 Ne parleremo. Or per Dircea, signore,
 sono al tuo piè. Quell’innocente vita
 dona a’ prieghi d’un figlio.
 DEMOFOONTE
                                                   E pur di lei
 torni a parlar. Se l’amor mio t’è caro,
555questa impresa abbandona.
 TIMANTE
                                                     Ah padre amato,
 non ti posso ubbidir. Deh se giammai
 il tuo paterno affetto
 son giunto a meritar, libera, assolvi
 la povera Dircea. Sarebbe, oh dio!
560troppa inumanità, senza delitto,
 nel fior degli anni suoi, su l’are atroci
 vederla agonizzar. Vederle a rivi
 sgorgar tiepido il sangue
 dal molle sen. Del moribondo labbro
565udir gli ultimi accenti, i moti estremi
 degli occhi suoi... Ma tu mi guardi, o padre?
 Tu impallidisci? Ah lo conosco; è questo
 un moto di pietà. (S’inginocchia) Deh non pentirti;
 secondalo, o signor. No; finché il cenno
570onde viva Dircea, padre, non dai
 io dal tuo piè non partirò giammai.
 DEMOFOONTE
 Principe (oh sommi dei!) sorgi. E che deggio
 creder di te? Quel nominar con tanta
 tenerezza Dircea, queste eccessive
575violenti premure
 che voglion dir? L’ami tu forse?
 TIMANTE
                                                            Invano
 farei studio a celarlo.
 DEMOFOONTE
                                         Ah questa è dunque
 delle freddezze tue verso Creusa
 la nascosta sorgente. E che pretendi
580da questo amor? Che per tua sposa forse
 una vassalla io ti conceda? O pensi
 che un imeneo nascosto... Ah se potessi
 immaginarmi sol...
 TIMANTE
                                      Qual dubbio mai
 ti cade in mente! A tutti i numi il giuro,
585non sposerò Dircea; nol bramo. Io chiedo
 che viva solo. E se pur vuoi che mora,
 morrà, non lusingarti, il figlio ancora.
 DEMOFOONTE
 (Per vincerlo si ceda). E ben tu ’l vuoi;
 vivrà la tua diletta;
590la dono a te.
 TIMANTE
                         Mio caro padre... (Vuol baciargli la mano)
 DEMOFOONTE
                                                          Aspetta.
 Merita la paterna
 condescendenza una mercé.
 TIMANTE
                                                     La vita,
 il sangue mio...
 DEMOFOONTE
                               No, caro figlio, io bramo
 meno da te. Nella real Creusa
595rispetta la mia scelta. A queste nozze
 non ti mostrar sì avverso.
 TIMANTE
                                                 Oh dio!
 DEMOFOONTE
                                                                  Lo veggo;
 ti costan pena. Or questa pena accresca
 merito all’ubbidienza. Ebbi io pietade
 della tua debolezza; abbi tu cura
600dell’onor mio. Vieni alla sposa; al tempio
 conduciamola adesso; adesso in faccia
 agl’invocati dei
 adempi, o figlio, i tuoi doveri e i miei.
 TIMANTE
 Signor... non posso.
 DEMOFOONTE
                                      Io fin ad ora, o prence,
605da padre ti parlai. Non obbligarmi
 a parlarti da re.
 TIMANTE
                                Del re, del padre
 venerabili i cenni
 egualmente mi son. Ma tu lo sai;
 amor forza non soffre.
 DEMOFOONTE
610Prence, son stanco ormai
 di garrir teco. Altra ragion non rendo.
 Io così voglio.
 TIMANTE
                            Ed io non posso.
 DEMOFOONTE
                                                            Audace!
 Non sai...
 TIMANTE
                     Lo so. Vorrai punirmi.
 DEMOFOONTE
                                                                E voglio
 che in Dircea s’incominci il tuo castigo.
 TIMANTE
615Ah no.
 DEMOFOONTE
                Parti.
 TIMANTE
                             Ma senti.
 DEMOFOONTE
                                                 Intesi assai.
 Dircea voglio che mora.
 TIMANTE
 E morendo Dircea...
 DEMOFOONTE
                                        Né parti ancora?
 TIMANTE
 Sì partirò. Ma poi (Turbato)
 non ti lagnar...
 DEMOFOONTE
                              Che! Temerario! Oh dei!
620Minacci!
 TIMANTE
                    Io non distinguo
 se priego o se minaccio. A poco a poco
 la ragion m’abbandona. A un passo estremo
 non costringermi, o padre. Io mi protesto.
 Farei... Chi sa?
 DEMOFOONTE
                               Di’; che faresti, ingrato?
 TIMANTE
625Tutto quel che farebbe un disperato.
 
    Prudente mi chiedi?
 Mi brami innocente?
 Lo senti; lo vedi;
 dipende da te.
 
630   Di lei, per cui peno,
 se penso al periglio,
 tal smania ho nel seno,
 tal benda ho sul ciglio
 che l’alma di freno
635capace non è. (Parte)
 
 SCENA III
 
 DEMOFOONTE solo
 
 DEMOFOONTE
 Dunque m’insulta ognun? L’ardita nuora,
 il suddito superbo, il figlio audace
 tutti scuotono il freno. Ah non è tempo
 di soffrir più. Custodi olà. Dircea
640si tragga al sacrificio
 senz’altro indugio; ella è cagion de’ falli
 del padre suo, del figlio mio. Né quando
 fosse innocente ancora,
 viver dovrebbe. È necessario al regno
645l’imeneo con Creusa; e mai Timante
 nol compirà finché Dircea non muore.
 Quando al pubblico giova,
 è consiglio prudente
 la perdita d’un solo, anche innocente.
 
650   Se tronca un ramo, un fiore
 l’agricoltor così,
 vuol che la pianta un dì
 cresca più bella.
 
    Tutta sarebbe errore
655lasciarla inaridir,
 per troppo custodir
 parte di quella. (Parte)
 
 SCENA IV
 
 Portici.
 
 MATUSIO e TIMANTE
 
 MATUSIO
 E l’unica speranza...
 TIMANTE
 Sì, caro amico, è nella fuga. Invece
660di placarsi a’ miei prieghi,
 il re più s’irritò. Fuggir conviene
 e fuggire a momenti. Un agil legno
 sollecito provedi. In quello aduna
 quanto potrai di prezioso e caro;
665e là dove fra’ scogli
 alla destra del porto il mar s’interna,
 m’attendi ascoso. Io con Dircea fra poco
 a te verrò.
 MATUSIO
                      Ma de’ custodi suoi...
 TIMANTE
 Deluderò la cura. Ignota via
670v’è chi m’apre all’albergo ov’ella è chiusa.
 Va’, che il tempo è infedele a chi ne abusa.
 MATUSIO
 
    È soccorso d’incognita mano
 quella brama che l’alma t’accende;
 qualche nume pietoso ti fa.
 
675   Dall’esempio d’un padre inumano
 non s’apprende sì bella pietà. (Parte)
 
 SCENA V
 
 TIMANTE e poi DIRCEA in bianca veste e coronata di fiori tra le guardie ed i ministri del tempio
 
 TIMANTE
 Gran passo è la mia fuga. Ella mi rende
 e povero e privato. Il regno e tutte
 le paterne ricchezze
680io perderò. Ma la consorte e il figlio
 vaglion di più... Ma... Chi s’appressa? È forse
 il re? Veggo i custodi. Ah no; vi sono
 ancor sacri ministri; e in bianche spoglie
 fra lor... Misero me! La sposa! Oh dio!
685Fermatevi. Dircea, che avvenne?
 DIRCEA
                                                              Alfine
 ecco l’ora fatale. Ecco l’estremo
 istante ch’io ti veggo. Ah prence, ah questo
 è pur l’amaro passo.
 TIMANTE
                                        E come! Il padre...
 DIRCEA
 Mi vuol morta a momenti.
 TIMANTE
                                                   Infin ch’io vivo... (Volendo snudar la spada)
 DIRCEA
690Signor, che fai? Sol contro tanti, invano
 difendi me, perdi te stesso.
 TIMANTE
                                                    È vero.
 Miglior via prenderò. (Volendo partire)
 DIRCEA
                                           Dove?
 TIMANTE
                                                          A raccorre
 quanti amici potrò. Va’ pure; al tempio
 sarò prima di te. (Come sopra)
 DIRCEA
                                   No. Pensa... Oh dio!
 TIMANTE
695Non v’è più che pensar. La mia pietade
 già diventa furor. Tremi qualunque
 oppormisi vorrà; se fosse il padre,
 non risparmio delitti, il ferro, il fuoco.
 Vuo’ che abbatta, consumi
700la reggia, il tempio, i sacerdoti e i numi. (Parte)
 
 SCENA VI
 
 DIRCEA, poi CREUSA
 
 DIRCEA
 Fermati. Ah non m’ascolta. Eterni dei
 custoditelo voi. S’ei pur si perde,
 chi avrà cura del figlio? Ah principessa,
 ah Creusa, pietà! Non puoi negarla;
705la chiede al tuo bel cuore
 nell’ultime miserie una che muore.
 CREUSA
 Chi sei? Che brami?
 DIRCEA
                                         Il caso mio già noto
 purtroppo ti sarà. Dircea son io;
 vado a morir; non ho delitto. Imploro
710pietà ma non per me. Salva, proteggi
 il povero Timante. Egli si perde
 per desio di salvarmi. In te ritrovi,
 se i prieghi di chi muor vani non sono,
 disperato assistenza e reo perdono.
 CREUSA
715E tu a morir vicina
 come puoi pensar tanto al suo riposo?
 DIRCEA
 Oh dio! Più non cercar. Sarà tuo sposo.
 
    Se tutti i mali miei
 io ti potessi dir,
720divider ti farei
 per tenerezza il cor.
 
    In questo amaro passo
 sì giusto è il mio martir
 che se tu fossi un sasso
725ne piangeresti ancor. (Parte)
 
 SCENA VII
 
 CREUSA e poi CHERINTO
 
 CREUSA
 Che incanto è la beltà! Se tale effetto
 fa costei nel mio cor, degno di scusa
 è Timante che l’ama. Appena il pianto
 io potei trattener. Questi infelici
730s’aman da vero; e la cagion son io
 di sì fiera tragedia. Ah no. Si trovi
 qualche via d’evitarla. Appunto ho d’uopo
 di te, Cherinto.
 CHERINTO
                               Il mio germano esangue
 domandar mi vorrai?
 CREUSA
                                          No, quella brama
735con l’ira nacque e s’ammorzò con l’ira;
 or desio di salvarlo. Al sacrificio
 già Dircea s’incamina;
 Timante è disperato. I suoi furori
 tu corri a regolar. Grazia per lei
740ad implorare io vado.
 CHERINTO
                                          O degna cura
 d’un’anima reale! E chi potrebbe
 non amarti o Creusa? Ah se non fossi
 sì tiranna con me...
 CREUSA
                                      Ma donde il sai
 ch’io son tiranna? È questo cor diverso
745da quel che tu credesti?
 Anch’io... Ma va’. Troppo saper vorresti. (Parte)
 CHERINTO
 
    No, non chiedo, amate stelle,
 se nemiche ancor mi siete.
 Non è poco, o luci belle,
750ch’io ne possa dubitar.
 
    Chi non ebbe ore mai liete,
 chi agli affanni ha l’alma avvezza
 crede acquisto una dubbiezza
 ch’è principio allo sperar. (Parte)
 
 SCENA VIII
 
 Atrio del tempio d’Apollo. Magnifica ma breve scala per cui si ascende al tempio medesimo, la parte interna del quale è tutta scoperta agli spettatori, se non quanto ne interrompono la vista le colonne che sostengono la gran tribuna. Veggonsi l’are cadute, il fuoco estinto, i sacri vasi roversciati, i fiori, le bende, le scuri e gli altri stromenti del sacrificio sparsi per le scale e sul piano, i sacerdoti in fuga, i custodi reali inseguiti dagli amici di Timante e per tutto confusione e tumulto.
 
 TIMANTE che incalzando disperatamente per la scala alcune guardie si perde fra le scene. DIRCEA che dalla cima della scala medesima spaventata lo richiama. Siegue breve mischia col vantaggio degli amici di Timante. E dileguati i combattenti, Dircea che rivede Timante, corre a trattenerlo scendendo dal tempio
 
 DIRCEA
755Santi numi del cielo,
 difendetelo voi! Timante ascolta;
 Timante, ah per pietà...
 TIMANTE
                                              Vieni, mia vita, (Tornando affannato con spada alla mano)
 vieni. Sei salva.
 DIRCEA
                                Ah che facesti!
 TIMANTE
                                                             Io feci
 quel che dovea.
 DIRCEA
                               Misera me! Consorte,
760oh dio, tu sei ferito. Oh dio, tu sei
 tutto asperso di sangue.
 TIMANTE
                                              Eh no, Dircea,
 non ti smarrir. Dalle mie vene uscito
 questo sangue non è. Dal seno altrui
 lo trasse il mio furor. Sieguimi. (La prende per mano).
 
 SCENA IX
 
 DEMOFOONTE con spada alla mano. Guardie per tutte le parti
 
 DEMOFOONTE
                                                            Indegno,
765non fuggirmi. T’arresta.
 TIMANTE
                                              Ah padre, ah dove
 vieni ancor tu?
 DEMOFOONTE
                               Perfido figlio!
 TIMANTE
                                                           Alcuno (Vede crescer il numero delle guardie e si pone innanzi alla sposa)
 non s’appressi a Dircea.
 DIRCEA
                                              Principe, ah cedi.
 Pensa a te.
 DEMOFOONTE
                       No. Custodi,
 non si stringa il ribelle. Al suo furore
770si lasci il fren. Vediamo
 fin dove giungerà. Via su compisci
 l’opera illustre. In questo petto immergi
 quel ferro, o traditor. Tremar non debbe
 nel trafiggere un padre
775chi fin dentro a’ lor tempi insulta i numi.
 TIMANTE
 Oh dio!
 DEMOFOONTE
                  Che ti trattien? Forse il vedermi
 la destra armata? Ecco l’acciaro a terra.
 Brami di più? Senza difesa io t’offro
 il tuo maggior nemico.
 TIMANTE
                                            Ah basta, ah padre
780taci, non più. Con quei crudeli accenti
 l’anima mi trafiggi. Il figlio reo,
 il colpevole acciaro (S’inginocchia)
 ecco al tuo piè. Quest’infelice vita
 riprenditi, se vuoi; ma non parlarmi
785mai più così. So ch’io trascorsi; e sento
 che ardir non ho per domandar mercede.
 Ma un tal castigo ogni delitto eccede.
 DIRCEA
 (In che stato è per me!)
 DEMOFOONTE
                                              (S’io non avessi
 della perfidia sua prove sì grandi,
790mi sedurrebbe. Eh non s’ascolti). A’ lacci
 quella destra ribelle
 porgi, o fellon.
 TIMANTE
                             Custodi, (S’alza e va a farsi incatenare egli stesso)
 dove son le catene?
 Ecco la man. Non la ricusa il figlio
795del giusto padre al venerato impero.
 DIRCEA
 (Purtroppo il mio timor predisse il vero).
 DEMOFOONTE
 All’oltraggiato nume
 la vittima si renda. E me presente
 si sveni, o sacerdoti.
 TIMANTE
                                        Ah ch’io non posso (A Dircea)
800difenderti, ben mio.
 DIRCEA
 Quante volte in un dì morir degg’io?
 TIMANTE
 Mio re, mio genitor!
 DEMOFOONTE
                                        Lasciami in pace.
 TIMANTE
 Pietà.
 DEMOFOONTE
              La chiedi invan.
 TIMANTE
                                              Ma ch’io mi vegga
 svenar Dircea sugli occhi
805non sarà ver. Si differisca almeno
 il suo morir. Sacri ministri, udite,
 sentimi o padre; esser non può Dircea
 la vittima richiesta. Il sacrificio
 sacrilego saria.
 DEMOFOONTE
                              Per qual ragione?
 TIMANTE
810Di’; che domanda il nume?
 DEMOFOONTE
 D’una vergine il sangue.
 TIMANTE
                                               E ben Dircea
 non può condursi a morte.
 Ella è moglie, ella è madre, è mia consorte.
 DEMOFOONTE
 Come!
 DIRCEA
                (Io tremo per lui).
 DEMOFOONTE
                                                    Numi possenti,
815che ascolto mai! L’incominciato rito
 sospendete, o ministri. Ostia novella
 sceglier convien. Perfido figlio! E queste
 son le belle speranze
 ch’io nutrivo di te? Così rispetti
820le umane leggi e le divine? In questa
 guisa tu sei della vecchiezza mia
 il felice sostegno? Ah...
 DIRCEA
                                            Non sdegnarti,
 signor, con lui. Son io la rea: son queste
 infelici sembianze. Io lo sedussi
825con lusinghe ad amarmi.
 TIMANTE
                                                Ah non è vero;
 non crederla, signor. Diversa affatto
 è l’istoria dolente. È colpa mia
 la sua condescendenza.
 DIRCEA
 E pur...
 DEMOFOONTE
                 Tacete. (Un non so che mi serpe
830di tenero nel cor che in mezzo all’ira
 vorrebbe indebolirmi. Ah troppo grandi
 sono i lor falli; e debitor son io
 d’un grand’esempio al mondo
 di virtù, di giustizia). Olà. Costoro
835in carcere distinto
 si serbino al castigo.
 TIMANTE
                                        Almen congiunti...
 DIRCEA
 Congiunti almen nelle sventure estreme...
 DEMOFOONTE
 Sarete, anime ree, sarete insieme.
 
    Perfidi, già che in vita
840v’accompagnò la sorte,
 perfidi, no, la morte
 non vi scompagnerà.
 
    Unito fu l’errore,
 sarà la pena unita;
845il giusto mio rigore
 non vi distinguerà. (Parte)
 
 SCENA X
 
 DIRCEA e TIMANTE
 
 DIRCEA
 Sposo.
 TIMANTE
                Consorte.
 DIRCEA
                                    E tu per me ti perdi!
 TIMANTE
 E tu mori per me!
 DIRCEA
                                    Chi avrà più cura
 del nostro Olinto?
 TIMANTE
                                    Ah qual momento!
 DIRCEA
                                                                        Ah quale...
850Ma che vogliamo, o prence,
 così vilmente indebolirci? Ah sia
 di noi degno il dolore. Un colpo solo
 questo nodo crudel divida e franga;
 separiamci da forti e non si pianga.
 TIMANTE
855Sì, generosa. Approvo
 l’intrepido pensier. Più non si sparga
 un sospiro fra noi.
 DIRCEA
                                    Disposta io sono.
 TIMANTE
 Risoluto son io.
 DIRCEA
 Coraggio.
 TIMANTE
                     Addio Dircea. (Si dividono con intrepidezza ma giunti alla scena tornano a riguardarsi)
 DIRCEA
                                                 Principe, addio.
 TIMANTE
860Sposa.
 DIRCEA
                Timante.
 A DUE
                                   Oh dei!
 DIRCEA
                                                    Perché non parti?
 TIMANTE
 Perché torni a mirarmi?
 DIRCEA
                                               Io volli solo
 veder come resisti a’ tuoi martiri.
 TIMANTE
 Ma tu piangi frattanto.
 DIRCEA
                                            E tu sospiri.
 TIMANTE
 Oh dio! Quanto è diverso
865l’immaginar dall’eseguire!
 DIRCEA
                                                   Oh quanto
 più forte mi credei! S’asconda almeno
 questa mia debolezza agli occhi tuoi.
 TIMANTE
 Ah fermati, ben mio. Senti.
 DIRCEA
                                                     Che vuoi?
 TIMANTE
 
    La destra ti chiedo,
870mio dolce sostegno,
 per ultimo pegno
 d’amore e di fé.
 
 DIRCEA
 
    Ah questo fu il segno
 del nostro contento;
875ma sento che adesso
 l’istesso non è.
 
 TIMANTE
 
    Mia vita, ben mio.
 
 DIRCEA
 
 Addio, sposo amato.
 
 A DUE
 
 Che barbaro addio!
880Che fato crudel!
 
    Che attendono i rei
 dagli astri funesti,
 se i premi son questi
 d’un’alma fedel? (Partono)
 
 Fine dell’atto secondo