Demofoonte, libretto, Stoccarda, Cotta, 1764

 ATTO TERZO
 
 SCENA PRIMA
 
 Cortile interno nel carcere.
 
 TIMANTE ed ADRASTO
 
 TIMANTE
885Taci. E speri ch’io voglia,
 quando muore Dircea, serbarmi in vita,
 stringendo un’altra sposa? E con qual fronte
 sì vil consiglio osi propor?
 ADRASTO
                                                  L’istessa
 tua Dircea lo propone. Ella ti parla
890così per bocca mia. Dice ch’è questo
 l’ultimo don che ti domanda.
 TIMANTE
                                                       Appunto
 perch’ella il vuol, non deggio farlo.
 ADRASTO
                                                                E pure...
 TIMANTE
 Basta così.
 ADRASTO
                       Pensa signor...
 TIMANTE
                                                    Non voglio,
 Adrasto, altri consigli.
 ADRASTO
                                           Io per salvarti
895pietoso m’affatico...
 TIMANTE
 Chi di viver mi parla è mio nemico.
 ADRASTO
 
    Non odi consiglio?
 Soccorso non vuoi?
 È giusto, se poi
900non trovi pietà.
 
    Chi vede il periglio
 né cerca salvarsi
 ragion di lagnarsi
 del fato non ha. (Parte)
 
 SCENA II
 
 TIMANTE e poi CHERINTO
 
 TIMANTE
905Perché bramar la vita? E quale in lei
 piacer si trova? Ogni fortuna è pena,
 è miseria ogni età. Tremiam fanciulli
 d’un guardo al minacciar; siam giuoco adulti
 di fortuna e d’amor; gemiam canuti
910sotto il peso degli anni. Or ne tormenta
 la brama d’ottenere; or ne trafigge
 di perdere il timore. Eterna guerra
 hanno i rei con sé stessi; i giusti l’hanno
 con l’invidia e la frode. Ombre, deliri,
915sogni, follie son nostre cure; e quando
 il vergognoso errore
 a scoprir s’incomincia, allor si muore.
 Ah si muoia una volta...
 CHERINTO
                                              Amato prence,
 vieni, vieni al mio sen. (L’abbraccia) Il più felice
920tu sei d’ogni mortal. Placato il padre
 è già con te; tutto obbliò. Ti rende
 la tenerezza sua, la sposa, il figlio,
 la libertà, la vita.
 TIMANTE
                                  A poco a poco,
 Cherinto, per pietà. E come il padre
925cambiò pensier?
 CHERINTO
                                  Comparve
 Creusa in tuo soccorso.
 TIMANTE
                                            In mio soccorso
 Creusa che oltraggiai!
 CHERINTO
                                           Creusa. Ah tutti
 di quell’anima bella
 tu non conosci i pregi. E che non disse,
930che non fe’ per salvarti? I merti tuoi
 come ingrandì! Come scemò l’orrore
 del fallo tuo! Per quante strade e quante
 il cor gli ricercò!  Quand’io m’avvidi
 che il genitor già vacillava, allora
935volo, il ciel m’inspirò, cerco Dircea;
 con Olinto la trovo; entrambi appresso
 frettoloso mi traggo; e al regio ciglio
 presento in quello stato e madre e figlio.
 Questo tenero assalto
940terminò la vittoria.
 Il re cedé; si raddolcì; dal suolo
 la nuora sollevò; si strinse al petto
 l’innocente bambin; gli sdegni suoi
 calmò; s’intenerì; pianse con noi.
 TIMANTE
945Oh mio dolce germano!
 Oh caro padre mio!  Potessi almeno
 di lui col re di Frigia
 disimpegnar la fé. Cherinto, ah salva
 l’onor suo tu che puoi. La man di sposo
950offri a Creusa in vece mia. Difendi
 da una pena infinita
 gli ultimi dì della paterna vita.
 CHERINTO
 Che mi proponi, o prence! Ah per Creusa,
 sappilo alfin, non ho riposo. Io l’amo
955quanto amar si può mai. Ma...
 TIMANTE
                                                         Che?
 CHERINTO
                                                                     Non spero
 ch’ella m’accetti. Al successor reale
 sai che fu destinata. Io non son tale.
 TIMANTE
 Altro inciampo non v’è?
 CHERINTO
                                              Grande abbastanza
 questo mi par.
 TIMANTE
                              Va’; la paterna fede
960disimpegna, o german. Tu sei l’erede.
 CHERINTO
 Io?
 TIMANTE
          Sì. Già lo saresti,
 s’io non vivea per te. Ti rendo, o prence,
 parte sol del tuo dono
 quando ti cedo ogni ragione al trono.
 CHERINTO
965E il genitore...
 TIMANTE
                             E il genitore almeno
 non vedremo arrossir. Povero padre!
 Posso far men per lui? Che cosa è un regno
 a paragon di tanti
 beni ch’egli mi rende?
 CHERINTO
                                            Ah perde assai
970chi lascia una corona.
 Ma è ben più quel che resta a chi la dona. (Parte)
 
 SCENA III
 
 TIMANTE e poi MATUSIO con foglio in mano
 
 TIMANTE
 Oh figlio, oh sposa, oh care
 parti dell’alma mia! Dunque fra poco
 v’abbraccierò sicuro!
 MATUSIO
975Prence, signor!
 TIMANTE
                               Sei tu Matusio? Ah scusa
 se invano al mar tu m’attendesti.
 MATUSIO
                                                              Assai
 ti scusa il luogo in cui ti trovo.
 TIMANTE
                                                         E come
 potesti mai qui penetrar!
 MATUSIO
                                                 Cherinto
 m’agevolò l’ingresso.
 TIMANTE
                                         Ei t’avrà dette
980le mie felicità.
 MATUSIO
                             No. Frettoloso
 non so dove correa.
 TIMANTE
                                      Gran cose, amico,
 gran cose ti dirò.
 MATUSIO
                                  Forse più grandi
 da me ne ascolterai.
 TIMANTE
                                       Sappi che in terra
 il più lieto or son io.
 MATUSIO
                                       Sappi che or ora
985scopersi un gran segreto.
 TIMANTE
                                                E quale?
 MATUSIO
                                                                   Ascolta
 se la novella è strana;
 Dircea non è mia figlia, è tua germana.
 TIMANTE
 Mia germana Dircea? (Turbato)
 Ah nol permetta il ciel!
 MATUSIO
                                             Fede sicura
990questo foglio ne fa.
 TIMANTE
                                     Che foglio è quello?
 Porgilo a me. (Con impazienza)
 MATUSIO
                            Sentimi pria. Morendo
 chiuso mel diè la mia consorte; e volle
 giuramento da me che, tolto il caso
 che a Dircea sovrastasse alcun periglio,
995aperto non l’avrei.
 TIMANTE
                                    Quand’ella adunque
 oggi dal re fu destinata a morte,
 perché non lo facesti?
 MATUSIO
                                          Eran tant’anni
 scorsi di già ch’io l’obbliai.
 TIMANTE
                                                   Ma come
 or ti sovvien?
 MATUSIO
                            Quando a fuggir m’accinsi,
1000fra le cose più care
 il ritrovai che trassi meco al mare.
 TIMANTE
 Lascia alfin ch’io lo vegga. (Come sopra)
 MATUSIO
                                                   Aspetta.
 TIMANTE
                                                                     Oh stelle!
 MATUSIO
 Rammenti già che alla real tua madre
 fu amica sì fedel la mia consorte
1005che in vita l’adorò, seguilla in morte?
 TIMANTE
 Lo so.
 MATUSIO
              Questo ravvisi
 reale impronto?
 TIMANTE
                                 Sì.
 MATUSIO
                                         Vedi ch’è il foglio
 di propria man della regina impresso?
 TIMANTE
 Sì; non straziarmi più. (Come sopra)
 MATUSIO
                                             Leggilo adesso. (Gli porge il foglio)
 TIMANTE
1010(Mi trema il cor). (Legge) «Non di Matusio è figlia
 ma del tronco reale
 germe è Dircea. Demofoonte è il padre,
 nacque da me. Come cambiò fortuna
 altro foglio dirà. Quello si cerchi
1015nel domestico tempio a piè del nume,
 ladove altri non osa
 accostarsi che il re. Prova sicura
 eccone intanto; una regina il giura.
 Argia».
 MATUSIO
                 Tu tremi, o prence!
1020Questo è più che stupor. Perché ti copri
 di pallor sì funesto?
 TIMANTE
 (Onnipotenti dei, che colpo è questo!)
 MATUSIO
 Narrami adesso almeno
 le tue felicità.
 TIMANTE
                            Matusio, ah parti.
 MATUSIO
1025Ma che t’affligge? Una germana acquisti
 ed è questa per te cagion di duolo?
 TIMANTE
 Lasciami per pietà, lasciami solo. (Si getta a sedere)
 MATUSIO
 Quanto le menti umane
 son mai varie fra lor! Lo stesso evento
1030a chi reca diletto, a chi tormento. (Parte)
 
 SCENA IV
 
 TIMANTE solo
 
 TIMANTE
 Misero me! Qual gelido torrente
 mi ruina sul cor! Qual nero aspetto
 prende la sorte mia! Tante sventure
 comprendo alfin. Perseguitava il cielo
1035un vietato imeneo. Le chiome in fronte
 mi sento sollevar. Suocero e padre
 m’è dunque il re! Figlio e nipote Olinto!
 Dircea moglie e germana! Ah qual funesta
 confusion d’opposti nomi è questa.
1040Ah non t’avessi mai
 conosciuta, Dircea. Moti del sangue
 eran quei ch’io credevo
 violenze d’amor. Che infausto giorno
 fu quel che pria ti vidi! I nostri affetti
1045che orribili memorie
 saran per noi! Che mostruoso oggetto
 a me stesso io divengo! Odio la luce;
 ogni aura mi spaventa; al piè tremante
 parmi che manchi il suol; strider mi sento
1050cento folgori intorno; e leggo, oh dio!
 scolpito in ogni sasso il fallo mio.
 
 SCENA V
 
 CREUSA, DEMOFOONTE, ADRASTO con OLINTO per mano e DIRCEA, l’uno dopo l’altro da parti opposte, e detto
 
 CREUSA
 Timante.
 TIMANTE
                    Ah principessa, ah perché mai
 morir non mi lasciasti?
 DEMOFOONTE
                                             Amato figlio!
 TIMANTE
 Ah no; con questo nome
1055non chiamarmi mai più.
 CREUSA
                                                Forse non sai...
 TIMANTE
 Troppo, troppo ho saputo.
 DEMOFOONTE
                                                  Un caro amplesso
 pegno del mio perdon... Come, t’involi
 dalle paterne braccia!
 TIMANTE
 Ardir non ho di rimirarti in faccia.
 CREUSA
1060Ma perché?
 DEMOFOONTE
                         Ma che avvenne?
 ADRASTO
                                                           Ecco il tuo figlio;
 consolati, signor.
 TIMANTE
                                  Dagli occhi, Adrasto,
 toglimi quel bambin.
 DIRCEA
                                          Sposo adorato.
 TIMANTE
 Parti, parti, Dircea.
 DIRCEA
                                      Da te mi scacci
 in dì così giocondo?
 TIMANTE
1065Dove, misero me, dove m’ascondo?
 DIRCEA
 Ferma.
 DEMOFOONTE
                 Senti.
 CREUSA
                               T’arresta.
 TIMANTE
                                                   Ah voi credete
 consolarmi, crudeli, e m’uccidete.
 DEMOFOONTE
 Ma da chi fuggi?
 TIMANTE
                                  Io fuggo
 dagli uomini, da’ numi,
1070da voi tutti e da me.
 DIRCEA
                                        Ma dove andrai?
 TIMANTE
 Ove non splenda il sole,
 ove non sian viventi, ove sepolta
 la memoria di me sempre rimanga.
 DEMOFOONTE
 E il padre?
 ADRASTO
                        E il figlio?
 DIRCEA
                                             E la tua sposa?
 TIMANTE
                                                                          Oh dio!
1075Non parlate così. Padre, consorte,
 figlio, german son dolci nomi agli altri;
 ma per me sono orrori.
 CREUSA
                                             E la cagione?
 TIMANTE
 Non curate saperla;
 scordatevi di me.
 DIRCEA
                                   Deh per quei primi
1080fortunati momenti in cui ti piacqui...
 TIMANTE
 Taci, Dircea.
 DIRCEA
                          Per que’ soavi nodi...
 TIMANTE
 Ma taci per pietà. Tu mi trafiggi
 l’anima e non lo sai.
 DIRCEA
                                       Giacché sì poco
 curi la sposa, almen ti muova il figlio.
1085Guardalo, è quell’istesso
 ch’altre volte ti mosse;
 guardalo; è sangue tuo.
 TIMANTE
                                             Così nol fosse.
 DIRCEA
 Ma in che peccò? Perché lo sdegni? A lui
 perché nieghi uno sguardo? Osserva, osserva
1090le pargolette palme
 come solleva a te, quanto vuol dirti
 con quel riso innocente.
 TIMANTE
                                              Ah se sapessi,
 infelice bambin, quel che saprai
 per tua vergogna un giorno,
1095lieto così non mi verresti intorno.
 
    Misero pargoletto,
 il tuo destin non sai.
 Ah non gli dite mai
 qual era il genitor.
 
1100   Come in un punto, oh dio,
 tutto cambiò d’aspetto!
 Voi foste il mio diletto,
 voi siete il mio terror. (Parte)
 
 SCENA VI
 
 DEMOFOONTE, CREUSA, DIRCEA, ADRASTO
 
 DEMOFOONTE
 Sieguilo, Adrasto. Ah chi di voi mi spiega
1105se il mio Timante è disperato o stolto?
 Ma voi smarrite in volto,
 mi guardate e tacete? Eterni dei
 datemi voi consiglio;
 fate almen ch’io conosca il mio periglio.
 
1110   Odo il suono de’ queruli accenti;
 veggo il fumo che intorbida il giorno;
 strider sento le fiamme d’intorno;
 né comprendo l’incendio dov’è.
 
    La mia tema fa il dubbio maggiore;
1115nel mio dubbio s’accresce il timore,
 tal ch’io perdo, per troppo spavento,
 qualche scampo che v’era per me. (Parte)
 
 SCENA VII
 
 DIRCEA e CREUSA
 
 CREUSA
 E tu, Dircea, che fai? Di te si tratta;
 si tratta del tuo sposo. Appresso a lui
1120corri, cerca saper... Ma tu non m’odi?
 Tu le attonite luci
 non sollevi dal suol? Dal tuo letargo
 svegliati alfin. Sfoga il duol che nascondi;
 piangi, lagnati almen: parla, rispondi.
 DIRCEA
 
1125   Che mai risponderti,
 che dir potrei?
 Vorrei difendermi,
 fuggir vorrei;
 né so qual fulmine
1130mi fa tremar.
 
    Divenni stupida
 nel colpo atroce;
 non ho più lagrime,
 non ho più voce,
1135non posso piangere,
 non so parlar. (Parte)
 
 SCENA VIII
 
 CREUSA sola
 
 CREUSA
 Qual terra è questa! Io perché venni a parte
 delle miserie altrui! Quante in un giorno,
 quante il caso ne aduna. Ah troppo, o sorte,
1140è violento il tuo furor. Conviene
 che passi o scemi. In così rea fortuna
 parte è di speme il non averne alcuna.
 
    Non dura una sventura
 quando a tal segno avanza.
1145Principio è di speranza
 l’eccesso del timor.
 
    Tutto si muta in breve;
 e il nostro stato è tale
 che se mutar si deve
1150sempre sarà miglior. (Parte)
 
 SCENA IX
 
 Luogo magnifico nella reggia festivamente adornato per le nozze di Creusa.
 
 TIMANTE, CHERINTO, poi ADRASTO
 
 TIMANTE
 Dove, crudel, dove mi guidi? Ah queste
 liete pompe festive
 son pene a un disperato.
 CHERINTO
 Che debolezza è questa...
 ADRASTO
                                                Il re per tutto
1155ti ricerca, o Timante. Or con Matusio
 dal domestico tempio uscir lo vidi.
 Ambo son lieti in volto
 né chiedon che di te.
 TIMANTE
                                         Fuggasi. Io temo
 troppo l’incontro del paterno ciglio.
 
 SCENA X
 
 MATUSIO, poi DIRCEA con OLINTO e detti
 
 MATUSIO
1160Figlio mio, caro figlio. (Abbracciandolo)
 TIMANTE
                                            A me tal nome!
 Come? Perché?
 MATUSIO
                                Perché mio figlio sei,
 perché son padre tuo.
 TIMANTE
                                          Tu sogni... Oh stelle!
 Torna Dircea.
 DIRCEA
                            No; non fuggirmi, o sposo;
 tua germana io non son.
 TIMANTE
                                               Voi m’ingannate
1165per rimetter in calma il mio pensiero.
 
 SCENA XI
 
 DEMOFOONTE con seguito e detti
 
 DEMOFOONTE
 Non t’ingannan, Timante; è vero, è vero.
 TIMANTE
 Se mi tradiste adesso
 sarebbe crudeltà.
 DEMOFOONTE
                                   Ti rassicura.
 No, mio figlio non sei. Tu con Dircea
1170fosti cambiato in fasce. Ella è mia prole,
 tu di Matusio. Alla di lui consorte
 la mia ti chiese in dono. Utile al regno
 il cambio allor credé. Ma quando poi
 nacque Cherinto, al proprio figlio il trono
1175d’aver tolto s’avvide e a me l’arcano
 non ardì palesar, che troppo amante
 già di te mi conobbe. All’ore estreme
 ridotta alfin, tutto in due fogli il caso
 scritto lasciò. L’un diè all’amica; e quello
1180Matusio ti mostrò; l’altro nascose;
 Ed è questo che vedi. Or leggi in esso
 di quanto ti narrai la serie accolta.
 TIMANTE
 Non deludermi, o sorte, un’altra volta. (Prende il foglio e legge tra sé)
 
 SCENA ULTIMA
 
 CREUSA e detti
 
 CREUSA
 Signor veraci sono
1185le felici novelle onde la reggia
 tutta si riempì?
 DEMOFOONTE
                                Sì, principessa.
 Ecco lo sposo tuo. L’erede, il figlio
 io ti promisi; ed in Cherinto io t’offro
 ed il figlio e l’erede.
 CHERINTO
                                       Il cambio forse
1190spiace a Creusa.
 CREUSA
                                 A quel che il ciel destina
 invan farei riparo.
 CHERINTO
 Ancora non vuoi dir ch’io ti son caro?
 CREUSA
 L’opra stessa il dirà.
 TIMANTE
                                        Dunque son io
 quell’innocente usurpator di cui
1195l’oracolo parlò!
 DEMOFOONTE
                              Sì. Vedi come
 ogni nube sparì. Libero è il regno
 dall’annuo sagrificio; al vero erede
 la corona ritorna; io le promesse
 mantengo al re di Frigia,
1200senza usar crudeltà; Cherinto acquista
 la sua Creusa, ella uno scettro; abbracci
 sicuro tu la tua Dircea; non resta
 una cagion di duolo;
 e scioglie tanti nodi un foglio solo.
 TIMANTE
1205Oh caro foglio! Oh me felice! Oh numi
 DIRCEA
 Che fortunato istante!
 CREUSA
 Che teneri trasporti!
 TIMANTE
                                         A’ piedi tuoi (S’inginocchia)
 eccomi un’altra volta,
 mio giustissimo re. Scusa gli eccessi
1210d’un disperato amor. Sarò, lo giuro,
 sarò miglior vassallo
 che figlio non ti fui.
 DEMOFOONTE
                                       Sorgi, tu sei
 mio figlio ancor. Chiamami padre. Io voglio
 esserlo fin che vivo. Era finora
1215obbligo il nostro amor ma quindi innanzi
 elezion sarà. Nodo più forte
 fabbricato da noi, non dalla sorte.
 CORO
 
    Par maggiore ogni diletto,
 se in un’anima si spande,
1220quand’oppressa è dal timor.
 
    Qual piacer sarà perfetto,
 se convien per esser grande
 che cominci dal dolor!
 
 Fine dell’atto terzo