Il filosofo di campagna, libretto, Olmütz, Hirnle, 1761 (Il filosofo in campagna)

 ATTO PRIMO
 
 SCENA PRIMA
 
 Giardino in casa di don Tritemio.
 
 LESBINA con una rosa ed un gelsomino in mano
 
 LESBINA
 
    Candidetto gelsomino
 che sei vago in sul mattino,
 perderai vicino a sera
 la primiera tua beltà.
 
5   Vaga rosa, onor de’ fiori,
 fresca piaci ed inamori;
 ma vicino è il tuo flagello
 e il tuo bello sparirà.
 
    Tal di donna la bellezza
10più ch’è fresca, più s’appreza,
 s’abbandona allorché perde
 il bel verde dell’età.
 
 SCENA II
 
 LESBINA e poi DON TRITEMIO
 
 LESBINA
 Povera padroncina,
 affé la compatisco.
15Quest’anch’io la capisco.
 Insegna la prudenza,
 se non si ha quel che piace è meglio senza.
 DON TRITEMIO
 Che si fa signorina?
 LESBINA
 Un po’ d’insalatina
20raccoglier volea per desinare.
 DON TRITEMIO
 Poco fa v’ho sentito a cantuzare.
 LESBINA
 È ver, colle conzone
 mi divertivo un poco.
 DON TRITEMIO
                                          E mi figuro
 cantate s’avrano
25consonette d’amor.
 LESBINA
                                      Oh, non signore,
 di questo o di quel fiore,
 di questo o di quel frutto
 si cantavan le lodi.
 DON TRITEMIO
                                     Il crederò.
 LESBINA
 Le volete sentir?
 DON TRITEMIO
                                 Le sentirò.
 LESBINA
30Qualche stroffetta canterò a proposito.
 DON TRITEMIO
 Oh ragaza... Farei uno sproposito.
 LESBINA
 Sentite padron bello
 la conzonetta sopra il ravanello.
 
    Quando son giovane,
35son fresco e bello,
 son tenerello,
 di buon sapor.
 
    Ma quando invecchio
 gettato sono,
40non son più buono
 col pizzicor.
 
 DON TRITEMIO
 Scaccia questa canzon dalla memoria.
 LESBINA
 Una ne vuo’ cantar su la cicoria.
 
    Son fresca, son bella
45cicoria novella,
 mangiatemi presto;
 coglietemi su.
 
    Se resto nel prato,
 radichio invecchiato,
50nessuno si degna
 raccogliermi più.
 
 DON TRITEMIO
 Senti ragazza mia
 questa canzone ha un poco d’allegria.
 Tu sei, Lesbina bella,
55ciccorietta novella;
 prima che ad invecchiar ti veda il fato
 esser colta dovresti in mezzo al prato.
 LESBINA
 Per me v’è tempo ancora;
 dovreste alla signora
60pensar caro padrone;
 or ch’è buona stagione,
 or ch’è un frutto maturo e saporito,
 non la fate invecchiar senza marito.
 DON TRITEMIO
 A lei ho già pensato;
65sposo le ho destinato e averallo presto.
 LESBINA
 Posso saper chi sia?
 DON TRITEMIO
                                       Nardo è codesto.
 LESBINA
 Di quella tenerina
 erbetta cittadina
 la bocca d’un villan non mi par degna.
 DON TRITEMIO
70Eh la prudenza insegna
 che ogni erba si contenti
 d’aver qualche governo
 purché esposta non resti al crudo verno.
 LESBINA
 Io mi contenterei,
75pria di vederla cossì mal troncata,
 per la neve lasciar la mia insalata.
 DON TRITEMIO
 Tu sei un bocconcino
 per il tuo padroncino.
 LESBINA
                                          Oh oh sentite
 un’altra canzonetta ch’ho imparata
80sul proposito mio dell’insalata.
 
    Non raccoglie le mie foglie
 vecchia mano di pastor.
 
    Voglio un bello... pastorello
 o vo’ stare nel prato ancor.
 
 SCENA III
 
 DON TRITEMIO e poi RINALDO
 
 DON TRITEMIO
85Allegoricamente
 m’ha detto che con lei non farò niente;
 e pure io mi lusingo
 che a forza di finezze
 tutto supererò,
90che col tempo con lei tutto farò.
 Per or d’Eugenia mia
 liberar mi preme, un buon partito
 Nardo per lei sarà, ricco, riccone,
 un villan, egl’è ver, ma sapientone.
 RINALDO
95Ecco della mia bella (In disparte da sé)
 il genitor felice.
 DON TRITEMIO
 Per la villa si dice
 che Nardo ha un buon stato (Da sé)
 e da tutti filosofo è chiamato.
 RINALDO
100Sorte non mi tradir. Signor...
 DON TRITEMIO
                                                       Padrone.
 RINALDO
 Se ella mi permettesse,
 le direi due parole.
 DON TRITEMIO
 Anche quatro ne ascolto e più se vole.
 RINALDO
 Non so se mi conosca.
 DON TRITEMIO
                                          Non mi pare.
 RINALDO
105Di me si può informare;
 son cavaliere; e son i beni miei
 vicini ai suoi.
 DON TRITEMIO
                            Mi rallegro con lei.
 RINALDO
 Ella ha una figlia.
 DON TRITEMIO
                                   Sì signor.
 RINALDO
                                                       Dirò...
 Se fossi degno... Troppo ardire è questo
110ma mi sprona l’amore...
 DON TRITEMIO
                                              Intendo il resto.
 RINALDO
 Dunque signor...
 DON TRITEMIO
                                  Dunque signor mio caro
 per venir alle corte io vi dirò...
 RINALDO
 M’accordate la figlia?
 DON TRITEMIO
                                          Signor no.
 RINALDO
 Ahi mi sento morir.
 DON TRITEMIO
                                       Per cortesia
115non venite a morir in casa mia.
 RINALDO
 Ma perché sì aspramente
 mi togliete alla prima ogni speranza?
 DON TRITEMIO
 Lusingarvi sarebbe una increanza.
 RINALDO
 Son cavalier.
 DON TRITEMIO
                           Benissimo.
 RINALDO
                                                  De’ beni
120ricco son quanto voi.
 DON TRITEMIO
                                        Son persuaso.
 RINALDO
 Il mio stato, i miei fondi,
 le parentele mie vi mostrerò.
 DON TRITEMIO
 Credo tutto.
 RINALDO
                         Che speri?
 DON TRITEMIO
                                               Signor no.
 RINALDO
 Ma la ragione almeno
125dite; perché né men si vol che io speri?
 DON TRITEMIO
 La ragion?...
 RINALDO
                          Vuo’ saper...
 DON TRITEMIO
                                                   Sì volontieri.
 
    La mia ragion è questa...
 Mi par ragione onesta.
 La figlia mi chiedeste
130e la ragion voleste?
 La mia ragion sta qui.
 Non posso dirvi sì,
 perché vo’ dir di no!
 
    Se non vi basta ancora
135un’altra ne dirò;
 rispondo: «Signor no,
 perché la vo’ cossì».
 E son padron di dirlo;
 la mia ragion sta qui. (Parte)
 
 SCENA IV
 
 RINALDO solo
 
 RINALDO
140Sciocca ragione indegna
 d’anima vil dell’onestà nemica;
 ma non vo’ che si dica
 che io sofra un tale insulto,
 ch’io debba andar villanamente inulto.
145O Eugenia sarà mia
 o tu padre inumano
 ti pentirai del tuo costume insano.
 
    Ragion nell’alma siede
 regina de’ pensieri
150ma si disarma e cede,
 se la combatte amor.
 
    E amor s’occupa il trono
 di re si fa tiranno
 e sia tributo o dono,
155vuol tutto il nostro cor.
 
 SCENA V
 
 Campagna con la casa rustica.
 
 NARDO esce di casa con una vanga accompagnato da alcuni villani
 
 NARDO
 
    Al lavoro, alla campagna,
 poi si gode, poi si magna
 con diletto e libertà.
 
 Oh che pane delicato
160che da noi fu coltivato.
 Presto, presto a lavorare,
 a potare e seminare
 e doppoi si mangerà.
 Del buon vin si beverà
165ed allegri si starà.
 
 Vanga mia benedetta,
 mio diletto conforto e mio sostegno,
 tu sei lo scettro e questi campi il regno.
 Quivi regnò mio padre,
170l’avolo e il bisavolo ed il tritavolo
 e fur suditti lor la zucca e il cavolo.
 Nelle città famose,
 ogni generazion si cambia stato,
 se il padre ha accumulato
175con fatica, con arte e con periglio,
 distrugge i beni suoi prodigo il figlio;
 qui, dove non ci tiene
 il lusso, l’ambizion, la gola oppressi,
 son gl’uomini ognor sempre gl’istessi;
180non cambierei, lo giuro,
 col piacer delle feste e dei teatri
 zappe, trebie, rastei, vanghe ed aratri.
 
 SCENA VI
 
 RINALDO e detto
 
 RINALDO
 Eccolo qui, la vanga
 è tutto il suo diletto. (Da sé)
185Se foste un poveretto (A Nardo)
 compatir vi vorrei; ma siete ricco,
 avete dei poderi e dei contanti,
 la fatiga lasciate ai lavoranti.
 NARDO
 Caro signor mio,
190più tosto che parlarmi cosa sciocca,
 fareste meglio a serrar la bocca.
 RINALDO
 Il signor don Tritemio
 è cittadino; e pure
 cossì non usa.
 NARDO
                            È vero;
195ma in villa se ne sta
 perché nella città vede il pericolo
 d’esser vizioso o diventar ridicolo.
 RINALDO
 Della figliola sua
 v’han proposte le nozze, io ben lo so.
 NARDO
200Ed io la sposerò,
 perché la dote e il padre suo mi piace
 con patto che non sia
 gonfia di vento e piena d’albagia.
 RINALDO
 L’avete ancor veduta?
 NARDO
205Ieri solo è venuta;
 oggi la vederò.
 RINALDO
                              Dunque chi sa
 se ella vi piacerà.
 NARDO
                                  Basta non abbia
 visibili magagne,
 son le donne poi tutte compagne.
 RINALDO
210Amogliatevi presto signor mio
 che un altro dì vo’ maritarmi anch’io. (Parte)
 
 SCENA VII
 
 NARDO solo
 
 NARDO
 Sì signore non dubiti,
 che contento sarai,
 mi mariterò con quel bel visino
215ma mi vo’ maritar da contadino.
 Ecco, il mondo è così. Niuno è contento
 del grado in cui si trova
 e lo stato cambiar ognun si prova.
 Vorebbe il contadino
220diventar cittadino; il cittadino
 cerca nobilitarsi;
 ed il nobile ancor vorebbe alzarsi.
 D’un gradino alla volta
 qualchedun si contenta,
225alcuno due o tre ne fa in un salto
 ma lo sbalzo è peggior quant’è più alto.
 
    Vedo quel albero
 che ha un pero grosso,
 pigliar nol posso,
230vi sbalzo in su;
 
    ma fatto il salto,
 salito in alto,
 vedo un perone
 grosso assai più.
 
235   Prender lo bramo,
 m’alzo sul ramo,
 vado più in su;
 ma poi precipito,
 col capo in giù. (Parte)
 
 SCENA VIII
 
 LESBINA e poi NARDO
 
 LESBINA
240Capperi, s’attacava
 prestamente al partito!
 Troppo presto voleva far da marito.
 Ecco il ricco villano,
 ora son nell’impegno;
245tutta l’arte vi vol, tutto l’ingegno.
 NARDO
 Chi è qui?
 LESBINA
                       Non ci vedete?
 Per ora ci son io.
 NARDO
 Bondì a vossignoria.
 LESBINA
                                        Padrone mio.
 NARDO
 Don Tritemio dov’è?
 LESBINA
                                         Verrà fra poco;
250potete in questo loco
 aspettar se vi aggrada.
 NARDO
                                            Aspetterò.
 Voi chi siete signora?
 LESBINA
                                          Io non lo so. (Affetando modestia)
 NARDO
 Sareste per ventura
 la figliola di lui venuta qui?
 LESBINA
255Potria darsi di sì.
 NARDO
 Alla ciera mi par...
 LESBINA
                                     Cossì sarà.
 NARDO
 Mi piacete da ver.
 LESBINA
                                    Vostra bontà.
 NARDO
 Sapete chi son io?
 LESBINA
                                    No mio signore.
 NARDO
 Non ve lo dice il core?
 LESBINA
260Il cor d’una fanciulla,
 se si tratta d’un uom, non sa dir nulla.
 NARDO
 Oh furbetta furbetta, voi mi avete
 conosciuto a dritura;
 delle fanciulle al cor parla natura.
 LESBINA
265Siete forse?...
 NARDO
                            Via; chi?
 LESBINA
                                               Nardino bello.
 NARDO
 Sì carina, son quello,
 quello che vostro sposo è destinato.
 LESBINA
 Con licenza signore, m’hanno chiamato.
 NARDO
 Dove andate?
 LESBINA
                            Nol so.
 NARDO
270Eh restate carina.
 LESBINA
                                   Signor no.
 NARDO
 Vi spiace il volto mio?
 LESBINA
                                           Anzi... mi piace...
 ma...
 NARDO
             Che ma?
 LESBINA
                                Non so dir... che cosa sia...
 Con licenza signor voglio andar via.
 NARDO
 Fermatevi un momento;
275si vede dal rossor ch’è figlia buona. (Da sé)
 LESBINA
 Servo me stessa e servo la padrona. (Da sé)
 
    Compatite signor, se io non so;
 son cossì; non so far l’amor.
 Una cosa mi sento nel cor
280che col labro spiegar non si può.
 
    Miratemi qua.
 Sapete cos’è?
 Voltatevi in là,
 lontano da me.
 
285   Voglio partire; mi sento languire;
 eh! col tempo spiegarmi saprò. (Parte)
 
 SCENA IX
 
 NARDO e poi DON TRITEMIO
 
 NARDO
 Si vede chiaramente
 che la natura in lei parla innocente;
 finger anche potrebbe, è ver purtroppo,
290ma è un cattivo animale
 quel che senza ragion sospetta male.
 DON TRITEMIO
 Messer Nardo da bene
 compatite se troppo tratenuto
 m’ha un domestico impaccio;
295vi saluto di cuore.
 NARDO
                                   Ed io v’abbraccio.
 DON TRITEMIO
 Or verrà la figliola.
 NARDO
                                     È già venuta.
 DON TRITEMIO
 La vedeste?
 NARDO
                         Signorsì; l’ho già veduta.
 DON TRITEMIO
 Che vi par?
 NARDO
                         Mi par bella.
 DON TRITEMIO
                                                   È un po’ ritrosa.
 NARDO
 La fanciulla va ben sia vergognosa.
 DON TRITEMIO
300Disse niente? Parlò?
 NARDO
                                        Mi disse tanto
 che sperar mi fa d’esser amato.
 DON TRITEMIO
 È vero?
 NARDO
                  È ver.
 DON TRITEMIO
                                Oh il ciel sia ringraziato. (Da sé)
 Ma perché se n’andò?
 NARDO
                                           Perché bel bello
 amor col suo martello
305il cor le inteneriva
 e n’aveva rossore.
 DON TRITEMIO
                                   E viva e viva.
 Eugenia dove sei? Facciamo presto,
 concludiamo l’affar.
 NARDO
                                       Per me son lesto.
 DON TRITEMIO
 Chi è quello?
 NARDO
                           È quel signore...
 
 SCENA X
 
 RINALDO e detti, poi LESBINA
 
 NARDO
310Che volete voi qui?
 RINALDO
                                      Con sua licenza
 alla sposa vorrei far riverenza.
 DON TRITEMIO
 Ora la chiamerò.
 NARDO
 Concludiamo le nozze.
 DON TRITEMIO
                                           Io presto fo. (Parte)
 RINALDO
 Signor mio, come è bella?
 NARDO
315La vedrai; è una stella.
 RINALDO
 È galante? E graziosa?
 NARDO
 È galante e gentile ed è amorosa.
 RINALDO
 Vi vorrà ben?
 NARDO
                            Si vede
 da un certo non so che
320che la madre sua l’ha fatta per me,
 appena ci siam visti,
 un incognito amor di simpatia
 ha messo i nostri cori in allegria.
 
    Son pien di giubilo,
325ridente ho l’animo,
 nel sen mi palpita
 brillante il cor.
 
 RINALDO
 
    Il vostro giubilo
 nelle mie viscere
330risveglia ed agita
 novello ardor.
 
 LESBINA
 
    Sposino amabile
 per voi son misera;
 mi sento mordere
335dal dio d’amor.
 
 NARDO
 
    Vieni al mio seno
 sposina mia.
 
 RINALDO
 
 Signora mia
 a voi m’inchino.
 
 A TRE
 
340Dolce destino,
 felice amor.
 
 LESBINA
 
    Parto, parto; il genitore.
 
 NARDO
 
 Perché partir?
 
 LESBINA
 
                              Il mio rossore
 non mi lascia restar qui. (Parte)
 
 NARDO
 
345   Vergognosetta
 la poveretta
 se ne fuggì.
 
 RINALDO
 
    Se fossi in lei
 non fugirei
350chi la ferì.
 
 DON TRITEMIO
 
    La ricerco e non la trovo,
 oh che smania in sen io provo,
 dove diavolo sarà?
 
 NARDO E RINALDO
 
 Ah ah ah ah. (Da sé)
 
 DON TRITEMIO
 
355Voi ridete? Come va?
 
 NARDO, RINALDO A DUE
 
 Fin adesso è stata qua.
 
 DON TRITEMIO
 
 Dove è andata?
 
 RINALDO
 
                               È andata là. (Accena dov’è entrata)
 
 DON TRITEMIO
 
 Quando è là, la trovarò
 e con me la condurrò. (Entra)
 
 NARDO
 
360   Superar il genitore
 potrà ben il suo rossore.
 
 RINALDO
 
 Non è tanto vergognoso
 il suo core collo sposo.
 
 A DUE
 
 Si confonde nel suo petto
365il rispetto coll’amor.
 
 LESBINA
 
    Presto presto sposo bello,
 via porgetemi l’anello
 che la sposa allor sarò.
 
 RINALDO
 
 Questa cosa far si può.
 
 NARDO
 
370Ecco, ecco, ve lo do. (Le dà un anello)
 
 LESBINA
 
    Torna il padre; vado via.
 
 NARDO
 
 Ma perché tal ritrosia?
 
 LESBINA
 
 Il motivo non lo so.
 
 RINALDO
 
 Dallo sposo non fugite.
 
 LESBINA
 
375Compatite... Tornerò. (Entra)
 
 NARDO, RINALDO A DUE
 
    Caso raro, caso bello,
 una sposa coll’anello
 ha rossor del genitor.
 
 DON TRITEMIO
 
    Non la trovo.
 
 NARDO, RINALDO A DUE
 
                              Ah ah ah. (Ridono)
 
 DON TRITEMIO
 
380Voi ridete?
 
 NARDO, RINALDO A DUE
 
                        È stata qua,
 collo sposo ha favellato.
 
 NARDO
 
 E l’anello già gl’ho dato.
 
 DON TRITEMIO
 
 Alla figlia?
 
 NARDO, RINALDO A DUE
 
                       Signorsì.
 
 DON TRITEMIO
 
 Alla sposa?
 
 NARDO, RINALDO A DUE
 
                        Messersì.
 
 DON TRITEMIO
 
385   Quel che è fatto fatto sia.
 
 A TRE
 
 Stiamo dunque in allegria,
 che la sposa... vergognosa
 alla fine si cangierà
 e l’amore... nel suo cuore
390con piacer trionferà.
 
 Fine dell’atto primo