L’olimpiade (Pergolesi), libretto, Roma, 1735

 ATTO PRIMO
 
 SCENA PRIMA
 
 Folto bosco adombrato da grandi alberi, che giungono in alto ad intrecciare li rami da una all’altra parte, fra’ quali è chiusa picciola pianura.
 
 LICIDA e AMINTA
 
 LICIDA
 Ho risoluto Aminta:
 più consigli non vuo’.
 AMINTA
                                          Licida, ascolta.
 Deh modera una volta
 questo tuo violento
5spirito intolerante.
 LICIDA
                                     E in chi poss’io
 fuor che in me più sperar? Megacle istesso,
 Megacle m’abbandona
 nel bisogno maggiore! Or va’, riposa
 sulla fé d’un amico.
 AMINTA
                                      Ancor non dei
10condannarlo però. Breve cammino
 non è quel che divide
 Elide, in cui noi siamo,
 da Creta, ov’ei restò. L’ali alle piante
 non ha Megacle alfin. Forsi il tuo servo
15subito nol rinvenne. Il mar frapposto
 forse ritarda il suo venir. T’accheta;
 in tempo giungerà. Prescritta è l’ora
 agli olimpici giuochi
 oltre il merigio, ed or non è l’aurora.
 LICIDA
20Sai pur che ognun che aspiri
 all’olimpica palma, or sul mattino
 dee presentarsi al tempio? Il grado, il nome,
 la patria palesar? Di Giove all’ara
 giurar di non valersi
25di frode nel cimento?
 AMINTA
                                          Il so.
 LICIDA
                                                      T’è noto
 ch’escluso è dalla pugna
 chi quest’atto solenne
 giunge tardi a compir? Vedi la schiera
 de’ concorrenti atleti? Odi il festivo
30tumulto pastoral? Dunque, che deggio
 attender più? Che più sperar?
 AMINTA
                                                          Ma quale
 sarebbe il tuo disegno?
 LICIDA
                                             All’ara innanzi
 presentarmi con gli altri.
 AMINTA
                                                E poi?
 LICIDA
                                                               Con gli altri
 a suo tempo pugnar.
 AMINTA
                                        Tu!
 LICIDA
                                                 Sì. Non credi
35in me valor che basti?
 AMINTA
                                           Eh qui non giova,
 prence, il saper come si tratti il brando.
 Altra specie di guerra, altr’armi ed altri
 studi son questi. Ignoti nomi a noi
 cesto, disco, palestra; a’ tuoi rivali,
40per lung’uso, son tutti
 familiari esercizi. Al primo incontro
 del giovanile ardire
 ti potresti pentir.
 LICIDA
                                   Se fosse a tempo
 Megacle giunto a tai contese esperto,
45pugnato avria per me. Ma s’ei non viene,
 che far degg’io? Non si contrasta, Aminta,
 oggi in Olimpia del selvaggio ulivo
 la solita corona. Al vincitore
 sarà premio Aristea, figlia reale
50dell’invitto Clistene, onor primiero
 delle greche sembianze, unica e bella
 fiamma di questo cor, benché novella.
 AMINTA
 Ed Argene?
 LICIDA
                         Ed Argene
 più riveder non spero. Amor non vive,
55quando muor la speranza.
 AMINTA
                                                  E pur giurasti
 tante volte...
 LICIDA
                          T’intendo. In queste fole
 finché l’ora trascorra
 trattener mi vorresti. Addio.
 AMINTA
                                                      Ma senti.
 LICIDA
 No, no.
 AMINTA
                 Vedi che giunge...
 LICIDA
60Chi?
 AMINTA
             Megacle.
 LICIDA
                                Dov’è?
 AMINTA
                                                Fra quelle piante.
 Parmi... No... Non è desso.
 LICIDA
                                                  Ah mi deridi:
 e lo merito Aminta. Io fui sì cieco
 che in Megacle sperai. (Volendo partire)
 
 SCENA II
 
 MEGACLE e detti
 
 MEGACLE
                                            Megacle è teco.
 LICIDA
 Giusti dei!
 MEGACLE
                       Prence.
 LICIDA
                                       Amico.
65Vieni, vieni al mio seno. Ecco risorta
 la mia speme cadente.
 MEGACLE
                                            E sarà vero
 che il ciel m’offra una volta
 la via d’esserti grato?
 LICIDA
                                          E pace e vita
 tu puoi darmi, se vuoi.
 MEGACLE
                                            Come?
 LICIDA
                                                            Pugnando
70nell’olimpico agone
 per me, col nome mio.
 MEGACLE
                                            Ma tu non sei
 noto in Elide ancor?
 LICIDA
                                        No.
 MEGACLE
                                                  Quale oggetto
 ha questa trama?
 LICIDA
                                   Il mio riposo. Oh Dio
 non perdiamo i momenti. Appunto è l’ora
75che de’ rivali atleti
 si raccolgono i nomi. Ah vola al tempio,
 di’ che Licida sei. La tua venuta
 inutile sarà, se più soggiorni.
 Vanne. Tutto saprai, quando ritorni.
 MEGACLE
 
80   Superbo di me stesso
 andrò, portando in fronte
 quel caro nome impresso,
 come mi sta nel cor.
 
    Dirà la Grecia poi
85che fur comuni a noi
 l’opre, i pensier, gli affetti
 e alfine i nomi ancor. (Parte)
 
 SCENA III
 
 LICIDA e AMINTA
 
 LICIDA
 Oh generoso amico!
 Oh Megacle fedel!
 AMINTA
                                    Così di lui
90non parlavi poc’anzi.
 LICIDA
                                         Eccomi alfine
 possessor d’Aristea. Vanne, disponi
 tutto, o mio caro Aminta. Io con la sposa
 prima che il sol tramonti
 voglio quindi partir.
 AMINTA
                                        Più lento, o prence,
95nel fingerti felice. Ancor vi resta
 molto di che temer. Potria l’inganno
 esser scoperto; al paragon potrebbe
 Megacle soggiacer. So ch’altre volte
 fu vincitor; ma un impensato evento
100so che talor confonde il vile e ’l forte;
 né sempre ha la virtù l’istessa sorte.
 LICIDA
 Oh sei pure importuno
 con questo tuo noioso,
 perpetuo dubbitar. Vicino al porto
105vuoi ch’io tema il naufragio! A’ dubbi tuoi
 chi presta fede intera,
 non sa mai quando è l’alba, o quando è sera.
 
    Quel destrier che all’albergo è vicino
 più veloce s’affretta nel corso;
110non l’arresta l’angustia del morso,
 non la voce, che legge gli dà.
 
    Tal quest’alma, che piena è di speme,
 nulla teme, consiglio non sente;
 e si forma una gioia presente
115del pensiero che lieta sarà. (Partono)
 
 SCENA IV
 
 Vasta campagna alle falde di un monte sparsa di capanne pastorali. Ponte rustico sul fiume Alfeo; veduta della città d’Olimpia in lontano interrotta da poche piante, che adornano la pianura, ma non l’ingombrano.
 
 ARGENE in abito di pastorella tessendo ghirlande. Coro di ninfe e pastori tutti occupati in lavori pastorali. E poi ARISTEA con seguito
 
 CORO
 
    “O care selve, o cara,
 “felice libertà.
 
 ARGENE
 
    “Qui se un piacer si gode
 “parte non v’ha la frode;
120“ma lo condisce a gara
 “amore e fedeltà.
 
 CORO
 
    “O care selve, o cara,
 “felice libertà.
 
 ARGENE
 
    “Qui poco ognun possiede
125“e ricco ognun si crede;
 “né più bramando impara
 “che cosa è povertà.
 
 CORO
 
    “O care selve, o cara,
 “felice libertà.
 
 ARGENE
 
130   “Senza custodi o mura
 “la pace è qui sicura,
 “che l’altrui voglia avara
 “onde allettar non ha.
 
 CORO
 
    O care selve, o cara,
135felice libertà.
 
 ARGENE
 
    Qui gl’innocenti amori
 di ninfe... (S’alza da sedere)
 
                      Ecco Aristea.
 ARISTEA
                                                Siegui, o Licori.
 ARGENE
 Già il rozzo mio soggiorno
 torni a render felice, o principessa?
 ARISTEA
140Ah fuggir da me stessa
 potessi ancor, come dagli altri. Amica
 tu non sai qual funesto
 giorno per me sia questo.
 ARGENE
                                                 È questo un giorno
 glorioso per te. Di tua bellezza
145qual può l’età futura
 pruova aver più sicura? A conquistarti
 nell’olimpico agone
 tutto il fior della Grecia oggi s’espone.
 ARISTEA
 Ma chi bramo non v’è. Deh si proponga
150men funesta materia
 al nostro ragionar. Siedi Licori.
 Gl’interrotti lavori (Siede Aristea)
 riprendi e parla. Incominciasti un giorno
 a narrarmi i tuoi casi. Il tempo è questo
155di proseguirgli. Il mio dolor seduci,
 raddolcisci, se puoi,
 i miei tormenti in rammentando i tuoi.
 ARGENE
 Se avran tanta virtù, senza mercede
 non va la mia costanza. A te già dissi (Siede)
160che Argene è il nome mio, che in Creta io nacqui
 d’illustre sangue, e che gli affetti miei
 fur più nobili ancor de’ miei natali.
 ARISTEA
 So fin qui.
 ARGENE
                       De’ miei mali
 ecco il principio. Del cretense soglio
165Licida, il regio erede,
 fu la mia fiamma, ed io la sua. Celammo
 prudenti un tempo il nostro amor; ma poi
 l’amor s’accrebbe; e (come in tutti avviene)
 la prudenza scemò. Comprese alcuno
170il favellar de’ nostri sguardi; ad altri
 i sensi ne spiegò; di voce in voce
 tanto in breve si stese
 il maligno rumor, che il re l’intese.
 Se ne sdegnò; sgridonne il figlio; a lui
175vietò di più vedermi, e col divieto
 glienne accrebbe il desio. Che aggiunge il vento
 fiamme alle fiamme; e più superbo un fiume
 fanno gli argini opposti. Ebro d’amore
 freme Licida e pensa
180di rapirmi e fuggir. Tutto il disegno
 spiega in un foglio; a me l’invia. Tradisce
 la fede il messo e al re lo reca. È chiuso
 in custodito albergo
 il mio povero amante. A me s’impone
185che a straniero consorte
 porga la destra. Io lo ricuso. Ognuno
 contro me si dichiara. Il re minaccia;
 mi sgridano i congiunti;
 mi condannan gli amici. Il padre mio
190vuol che al nodo acconsenta. Altro riparo
 che la fuga, o la morte
 al mio caso non trovo. Il men funesto
 credo il più saggio; e l’eseguisco. Ignota
 in Elide pervenni. In queste selve
195mi proposi abitar. Qui fra pastori
 pastorella mi finsi; or son Licori.
 Ma serbo al caro bene
 fido in sen di Licori il cor d’Argene.
 ARISTEA
 Inver mi fai pietà. Ma la tua fuga
200non approvo però. Donzella e sola
 cercar contrade ignote,
 abbandonar...
 ARGENE
                             Dunque dovea la mano
 a Megacle donar?
 ARISTEA
                                   Megacle! (Oh nome!)
 Di qual Megacle parli?
 ARGENE
                                            Era lo sposo
205questi che il re mi destinò. Dovea
 dunque obbliar...
 ARISTEA
                                   Ne sai la patria?
 ARGENE
                                                                   Atene.
 ARISTEA
 Come in Creta pervenne?
 ARGENE
                                                  Amor vel trasse
 (com’ei stesso dicea) ramingo, afflitto.
 Nel giungervi fu colto
210da stuol di masnadieri e oppresso ormai
 la vita vi perdea; Licida a sorte
 vi si avvenne e ’l salvò. Quindi fra loro
 fidi amici fur sempre. Amico al figlio,
 fu noto al padre; e dal reale impero
215destinato mi fu, perché straniero.
 ARISTEA
 Ma ti ricordi ancora
 le sue sembianze?
 ARGENE
                                    Io l’ho presente. Avea
 bionde le chiome, oscuro il ciglio, i labri
 vermigli sì, ma tumidetti, e forse
220oltre il dover, gli sguardi
 lenti e pietosi, un arrossir frequente,
 un soave parlar... Ma... Principessa
 tu cambi di color! Che avvenne?
 ARISTEA
                                                             Oh Dio
 quel Megacle, che pingi, è l’idol mio.
 ARGENE
225Che dici!
 ARISTEA
                    Il vero. A lui,
 lunga stagion già mio segreto amante,
 perché nato in Atene
 niegommi il padre mio; né volle mai
 conoscerlo, vederlo,
230ascoltarlo una volta; ei disperato
 da me partì; più nol rividi. E in questo
 punto da te so de’ suoi casi il resto.
 ARGENE
 Inver sembrano i nostri
 favolosi accidenti.
 ARISTEA
                                    Ah s’ei sapesse
235ch’oggi per me qui si combatte!
 ARGENE
                                                            In Creta
 a lui voli un tuo servo; e tu procura
 la pugna differir.
 ARISTEA
                                  Come?
 ARGENE
                                                  Clistene
 è pur tuo padre; ei qui presiede eletto
 arbitro delle cose; ei può, se vuole...
 ARISTEA
240Ma non vorrà.
 ARGENE
                             Che nuoce
 principessa il tentarlo?
 ARISTEA
                                             E ben Clistene
 vadasi a ritrovar.
 ARGENE
                                  Fermati. Ei viene.
 
 SCENA V
 
 CLISTENE con seguito e dette
 
 CLISTENE
 Figlia tutto è compito. I nomi accolti,
 le vittime svenate, al gran cimento
245l’ora prescritta. E più la pugna ormai,
 senza offesa de’ numi,
 della pubblica fé, dell’onor mio
 differir non si può.
 ARISTEA
                                      (Speranza addio).
 CLISTENE
 Ragion d’esser superba
250io ti darei, se ti dicessi tutti
 quei che a pugnar per te vengono a gara.
 V’è Olinto di Megara;
 v’è Clearco di Sparta, Ati di Tebe,
 Erilo di Corinto; e fin di Creta
255Licida venne.
 ARGENE
                            Chi?
 CLISTENE
                                        Licida, il figlio
 del re cretense.
 ARISTEA
                               Ei pur mi brama?
 CLISTENE
                                                                  Ei viene
 con gli altri a pruova.
 ARGENE
                                         (Ah si scordò d’Argene).
 CLISTENE
 Sieguimi, o figlia.
 ARISTEA
                                    Ah questa pugna, o padre,
 si differisca.
 CLISTENE
                          Un impossibil chiedi:
260dissi perché. Ma la cagion non trovo
 di tal richiesta.
 ARISTEA
                               A divenir soggette
 sempre v’è tempo. È d’Imeneo per noi
 pesante il giogo; e già senz’esso abbiamo
 che soffrire abbastanza
265nella nostra servil sorte infelice.
 CLISTENE
 Dice ognuna così; ma il ver non dice.
 
    Del destin non vi lagnate,
 se vi rese a noi soggette:
 siete serve, ma regnate
270nella vostra servitù.
 
    Forti noi, voi belle siete;
 e vincete in ogni impresa,
 quando vengono a contesa
 la bellezza e la virtù. (Parte)
 
 SCENA VI
 
 ARISTEA ed ARGENE
 
 ARGENE
275Udisti, o principessa?
 ARISTEA
                                           Amica addio.
 Convien ch’io siegua il padre. Ah tu, che puoi,
 del mio Megacle amato,
 se pietosa pur sei, come sei bella,
 cerca, recami, (oh Dio) qualche novella.
 
280   Tu di saper procura
 dove il mio ben s’aggira,
 se più di me si cura,
 se parla più di me.
 
    Chiedi se mai sospira,
285quando il mio nome ascolta,
 se ’l proferì talvolta,
 nel ragionar fra sé. (Parte)
 
 SCENA VII
 
 ARGENE sola
 
 ARGENE
 Dunque Licida ingrato
 già di me si scordò! Povera Argene,
290a che mai ti serbar le stelle irate!
 Imparate, imparate
 inesperte donzelle. Ecco lo stile
 de’ lusinghieri amanti. Ognun vi chiama
 suo ben, sua vita e suo tesoro; ognuno
295giura che a voi pensando
 vaneggia il dì, veglia le notti; han l’arte
 di lagrimar, d’impallidir: talvolta
 par che sugli occhi vostri
 voglian morir, fra gli amorosi affanni;
300guardatevi da lor. Son tutti inganni.
 
    Più non si trovano
 fra mille amanti
 sol due bell’anime
 che sian costanti;
305e tutti parlano
 di fedeltà.
 
    E il reo costume
 tanto s’avvanza,
 che la costanza
310di chi ben ama
 ormai si chiama
 semplicità. (Parte)
 
 SCENA VIII
 
 LICIDA e MEGACLE da diverse parti
 
 MEGACLE
 Licida.
 LICIDA
                Amico.
 MEGACLE
                                Eccomi a te.
 LICIDA
                                                         Compisti...
 MEGACLE
 Tutto, o signor. Già col tuo nome al tempio
315per te mi presentai. Per te fra poco
 vado al cimento. Or fin che ’l noto segno
 della pugna si dia, spiegar mi puoi
 la cagion della trama.
 LICIDA
                                          Oh, se tu vinci
 non ha di me più fortunato amante
320tutto il regno d’amor.
 MEGACLE
                                          Perché?
 LICIDA
                                                           Promessa
 in premio al vincitore
 è una real beltà. La vidi appena
 che n’arsi e la bramai. Ma poco esperto
 negli atletici studi...
 MEGACLE
                                       Intendo. Io deggio
325conquistarla per te.
 LICIDA
                                      Sì. Chiedi poi
 la mia vita, il mio sangue, il regno mio,
 tutto, o Megacle amato io t’offro e tutto
 scarso premio sarà.
 MEGACLE
                                      Di tanti, o prence,
 stimoli non fa d’uopo
330al grato servo, al fido amico. Io sono
 memore assai de’ doni tuoi; rammento
 la vita che mi desti. Avrai la sposa:
 speralo pur. Nella palestra elea
 non entro pellegrin. Bevve altre volte
335i miei sudori; ed il silvestre ulivo
 non è per la mia fronte
 un insolito fregio. Io più sicuro
 mai di vincer non fui. Desio d’onore,
 stimoli d’amistà mi fan più forte.
340Anelo, anzi mi sembra
 d’esser già nell’agon. Gli emuli al fianco
 mi sento già; già gli precorro; e asperso
 dell’olimpica polve il crine, il volto,
 del volgo spettator gli applausi ascolto.
 LICIDA
345Oh dolce amico! O cara (Abbracciandolo)
 sospirata Aristea!
 MEGACLE
                                   Che!
 LICIDA
                                               Chiamo a nome
 il mio tesoro.
 MEGACLE
                           Ed Aristea si chiama?
 LICIDA
 Appunto.
 MEGACLE
                     Altro ne sai?
 LICIDA
                                              Presso a Corinto
 nacque in riva all’Asopo. Al re Clistene
350unica prole.
 MEGACLE
                         (Ahimè. Questa è il mio bene).
 E per lei si combatte?
 LICIDA
 Per lei.
 MEGACLE
                 Questa degg’io
 conquistarti pugnando?
 LICIDA
 Questa.
 MEGACLE
                  Ed è tua speranza e tuo conforto
355sola Aristea?
 LICIDA
                           Sola Aristea.
 MEGACLE
                                                    (Son morto).
 LICIDA
 Non ti stupir. Quando vedrai quel volto
 forse mi scuserai. D’esserne amanti
 non avrebbon rossore i numi istessi.
 MEGACLE
 (Ah così nol sapessi).
 LICIDA
                                         Oh se tu vinci!
360Chi più lieto di me? Megacle istesso
 quanto mai ne godrà! Di’, non avrai
 piacer del piacer mio?
 MEGACLE
                                            Grande.
 LICIDA
                                                              Il momento
 che ad Aristea m’annodi,
 Megacle di’, non ti parrà felice?
 MEGACLE
365Felicissimo. (Oh dei!)
 LICIDA
                                           Tu non vorrai
 pronubo accompagnarmi
 al talamo nuzzial?
 MEGACLE
                                    (Che pena!)
 LICIDA
                                                             Parla.
 MEGACLE
 Sì. Come vuoi. (Qual nuova specie è questa
 di martirio, d’inferno!)
 LICIDA
                                             Oh quanto il giorno
370lungo è per me! Che l’aspettare uccida
 nel caso in cui mi vedo,
 tu non credi, o non sai.
 MEGACLE
                                            Lo so; lo credo.
 LICIDA
 Senti amico. Io mi fingo
 già l’avvenir; già col desio possiedo
375la dolce sposa.
 MEGACLE
                             (Ah questo è troppo).
 LICIDA
                                                                      E parmi...
 MEGACLE
 Ma taci. Assai dicesti. Amico io sono:
 il mio dover comprendo; (Con impeto)
 ma poi...
 LICIDA
                    Perché ti sdegni? In che t’offendo?
 MEGACLE
 (Imprudente che feci!) Il mio trasporto (Si compone)
380è desio di servirti. Io stanco arrivo
 dal cammin lungo; ho da pugnar; mi resta
 picciol tempo al riposo; e tu mel togli.
 LICIDA
 E chi mai ti ritenne
 di spiegarti finora?
 MEGACLE
                                      Il mio rispetto.
 LICIDA
385Vuoi dunque riposar?
 MEGACLE
                                           Sì.
 LICIDA
                                                   Brami altrove
 meco venir?
 MEGACLE
                          No.
 LICIDA
                                    Rimaner ti piace
 qui fra quest’ombre?
 MEGACLE
                                          Sì.
 LICIDA
                                                  Restar degg’io?
 MEGACLE
 No. (Con impazienza. E si getta a sedere)
 LICIDA
            (Strana voglia!) E ben riposa. Addio.
 
    Mentre dormi amor fomenti
390il piacer de’ sonni tuoi
 con l’idea del mio piacer.
 
    Abbia il rio passi più lenti;
 e sospenda i moti suoi
 ogni zeffiro leggier. (Parte)
 
 SCENA IX
 
 MEGACLE solo
 
 MEGACLE
395Che intesi eterni dei! Quale improvviso
 fulmine mi colpì! L’anima mia
 dunque fia d’altri! E ho da condurla io stesso
 in braccio al mio rival! Ma quel rivale
 è il caro amico. Ah quali nomi unisce
400per mio strazio la sorte! Eh che non sono
 rigide a questo segno
 le leggi d’amistà. Perdoni il prence,
 ancor io sono amante. Il domandarmi
 ch’io gli ceda Aristea non è diverso
405dal chiedermi la vita. E questa vita
 di Licida non è? Non fu suo dono?
 Non respiro per lui? Megacle ingrato,
 e dubbitar potresti? Ah se ti vede
 con questa in volto infame macchia e rea
410ha ragion d’abborrirti anche Aristea.
 No, tal non mi vedrà. Voi soli ascolto
 obblighi d’amistà, pegni di fede,
 gratitudine, onore. Altro non temo
 che il volto del mio ben. Questo s’eviti
415formidabile incontro. In faccia a lei,
 misero, che farei! Palpito e sudo
 solo in pensarlo e parmi
 instupidir, gelarmi,
 confondermi, tremar... No. Non potrei...
 
 SCENA X
 
 ARISTEA e detto, poi ALCANDRO
 
 ARISTEA
420Stranier. (Senza vederlo in viso)
 MEGACLE
                     Chi mi sorprende? (Rivoltandosi)
 ARISTEA
                                                          Oh stelle!
 MEGACLE
                                                                              Oh dei! (Riconoscendosi)
 ARISTEA
 Megacle! Mia speranza!
 Ah sei pur tu. Pur ti riveggo. Oh Dio
 di gioia io moro. Ed il mio petto a pena
 può alternare i respiri. Oh caro, oh tanto
425e sospirato e pianto
 e richiamato invano. Udisti alfine
 la povera Aristea. Tornasti; e come
 opportuno tornasti! Oh amor pietoso!
 Oh felici martiri!
430Oh ben sparsi sinor pianti e sospiri!
 MEGACLE
 (Che fiero caso è il mio!)
 ARISTEA
                                                Megacle amato,
 e tu nulla rispondi?
 E taci ancor? Che mai vuol dir quel tanto
 cambiarti di color? Quel non mirarmi
435che timido e confuso? E quelle a forza
 lagrime trattenute? Ah più non sono
 forse la fiamma tua? Forse...
 MEGACLE
                                                      Che dici!
 Sempre... Sappi... Son io...
 Parlar non so. (Che fiero caso è il mio!)
 ARISTEA
440Ma tu mi fai gelar. Dimmi: non sai
 che per me qui si pugna?
 MEGACLE
                                                 Il so.
 ARISTEA
                                                             Non vieni
 ad esporti per me?
 MEGACLE
                                      Sì.
 ARISTEA
                                              Perché mai
 dunque sei così mesto?
 MEGACLE
 Perché... Barbari dei! (Che inferno è questo!)
 ARISTEA
445Intendo. Alcun ti fece
 dubitar di mia fé. Se ciò t’affanna
 ingiusto sei. Da che partisti, o caro,
 non son rea d’un pensier. Sempre m’intesi
 la tua voce nell’alma. Ho sempre avuto
450il tuo nome fra’ labri,
 il tuo volto nel cor. Mai d’altri accesa
 non fui, non sono e non sarò. Vorrei...
 MEGACLE
 Basta. Lo so.
 ARISTEA
                          Vorrei morir più tosto
 che mancarti di fede un sol momento.
 MEGACLE
455(Oh tormento, maggior d’ogni tormento!)
 ARISTEA
 Ma guardami; ma parla;
 ma di’...
 MEGACLE
                   Che posso dir?
 ALCANDRO
                                                Signor t’affretta (Esce frettoloso)
 se a combatter venisti. Il segno è dato
 che al gran cimento i concorrenti invita. (Parte)
 MEGACLE
460Assistetemi o numi. Addio mia vita.
 ARISTEA
 E mi lasci così! Va’; ti perdono
 pur che torni mio sposo.
 MEGACLE
                                               Ah sì gran sorte
 non è per me. (In atto di partire)
 ARISTEA
                              Senti. Tu m’ami ancora?
 MEGACLE
 Quanto l’anima mia.
 ARISTEA
                                         Fedel mi credi?
 MEGACLE
465Sì. Come bella.
 ARISTEA
                               A conquistar mi vai?
 MEGACLE
 Lo bramo almeno.
 ARISTEA
                                    Il tuo valor primiero
 hai pur?
 MEGACLE
                   Lo credo.
 ARISTEA
                                      E vincerai.
 MEGACLE
                                                            Lo spero.
 ARISTEA
 Dunque allor non son io,
 caro, la sposa tua?
 MEGACLE
                                    Mia vita... Addio.
 
470   Ne’ giorni tuoi felici
 ricordati di me.
 
 ARISTEA
 
    Perché così mi dici,
 anima mia, perché?
 
 MEGACLE
 
    Taci bell’idol mio.
 
 ARISTEA
 
475Parla mio dolce amor.
 
 MEGACLE, ARISTEA A DUE
 
             parlando
 Ah che                 oh Dio
              tacendo
 tu mi trafiggi il cor.
 
 ARISTEA
 
    (Veggio languir chi adoro,
 né intendo il suo languir!)
 
 MEGACLE
 
480   (Di gelosia mi moro
 e non lo posso dir!)
 
 A DUE
 
    Chi mai provò di questo
 affanno più funesto,
 più barbaro dolor?
 
 Fine dell’atto primo