L’olimpiade (Pergolesi), libretto, Roma, 1735

 ATTO TERZO
 
 SCENA PRIMA
 
 Bipartita, che si forma dalle ruine di un antico ippodromo già ricoperta in parte d’edera, di spine ed altre piante selvaggie.
 
 MEGACLE, AMINTA, ARISTEA e ARGENE
 
 MEGACLE
1005Lasciami. Invan t’opponi.
 AMINTA
                                                 Ah torna amico
 una volta in te stesso. In tuo soccorso
 pronta sempre la mano
 del pescator, ch’or ti salvò dall’onde,
 credimi, non avrai. Si stanca il cielo
1010d’assister chi l’insulta.
 MEGACLE
                                           Empio soccorso,
 inumana pietà! Negar la morte
 a chi vive morendo. Aminta, o Dio,
 lasciami.
 AMINTA
                    Non fia ver.
 ARISTEA
                                            Lasciami Argene.
 ARGENE
 Non lo sperar.
 MEGACLE
                             Senza Aristea non posso,
1015non deggio viver più.
 ARISTEA
                                          Morir vogl’io
 dove Megacle è morto.
 AMINTA
                                            Attendi. (A Megacle)
 ARGENE
                                                              Ascolta. (Ad Aristea)
 MEGACLE
 Che attender?
 ARISTEA
                             Che ascoltar?
 MEGACLE
                                                        Non si ritrova
 più conforto per me.
 ARISTEA
                                        Per me nel mondo
 non v’è più che sperar.
 MEGACLE
                                            Serbarmi in vita...
 ARISTEA
1020Impedirmi la morte...
 MEGACLE
 Indarno tu pretendi.
 ARISTEA
                                         Invan presumi.
 AMINTA
 Ferma. (Volendo trattener Megacle che gli fugge)
 ARGENE
                  Senti, infelice. (Volendo trattener Aristea come sopra)
 ARISTEA
                                               O stelle! (Incontrandosi a mezzo il teatro)
 MEGACLE
                                                                 O numi!
 ARISTEA
 Megacle!
 MEGACLE
                    Principessa!
 ARISTEA
                                             Ingrato! E tanto
 m’odi dunque, e mi fuggi,
1025che per esserti unita,
 s’io m’affretto a morir, tu torni in vita.
 MEGACLE
 Vedi a qual segno è giunta
 adorata Aristea la mia sventura.
 Io non posso morir. Trovo impedite
1030tutte le vie, per cui si passa a Dite.
 ARISTEA
 Ma qual pietosa mano...
 
 SCENA II
 
 ALCANDRO e detti
 
 ALCANDRO
 Oh sacrilego! Oh insano!
 Oh scelerato ardir!
 ARISTEA
                                     Vi sono ancora
 nuovi disastri, Alcandro?
 ALCANDRO
                                                In questo istante
1035rinasce il padre tuo.
 ARISTEA
                                       Come?
 ALCANDRO
                                                       Che orrore!
 Che ruina! Che lutto!
 Se ’l ciel non difendea, ne avrebbe involti!
 ARISTEA
 Perché?
 ALCANDRO
                  Già sai che per costume antico
 questo festivo dì con un solenne
1040sacrificio si chiude; or mentre al tempio
 venia fra’ suoi custodi
 la sacra pompa a celebrar Clistene,
 perché non so, né da qual parte uscito
 Licida impetuoso
1045ci attraversa il cammin; non vidi mai
 più terribile aspetto. Armato il braccio,
 nuda la fronte avea, lacero il manto,
 scomposto il crin. Dalle pupille accese
 uscia torbido il guardo; e per le gote
1050d’inaridite lagrime segnate
 traspariva il furore. Urta, roverscia
 i sorpresi custodi. Al re s’avventa:
 «Mori» grida, fremendo, e gli alza in fronte
 il sacrilego ferro.
 ARISTEA
                                  Oh Dio!
 ALCANDRO
                                                   Non cangia
1055il re sito, o color. Severo il guardo
 gli ferma in faccia e in grave suon gli dice:
 «Temerario! Che fai?» (Vedi se il cielo
 veglia in cura de’ re). Gela a que’ detti
 il giovane feroce. Il braccio in alto
1060sospende a mezzo il colpo; il regio aspetto
 attonito rimira; impallidisce;
 incomincia a tremar; gli cade il ferro.
 E dal ciglio, che tanto
 minaccioso parea, prorompe il pianto.
 ARISTEA
1065Respiro.
 ARGENE
                   O folle!
 AMINTA
                                   O sconsigliato!
 ARISTEA
                                                                Ed ora
 il genitor che fa?
 ALCANDRO
                                  Di lacci avvolto
 ha il colpevole innanzi.
 AMINTA
                                            (Ah si procuri
 di salvar l’infelice). (Parte)
 ARGENE
 E Licida che dice?
 ALCANDRO
                                    Alle richieste
1070nulla risponde. È reo di morte e pare
 che nol sappia, o nol curi. Ognor piangendo
 il suo Megacle chiama: a tutti il chiede,
 lo vuol da tutti; e fra’ suoi labbri, come
 altro non sappia dir, sempre ha quel nome.
 MEGACLE
1075Più resister non posso. Al caro amico,
 per pietà, chi mi guida?
 ARISTEA
                                               Incauto! E quale
 sarebbe il tuo disegno? Il genitore
 sa che tu l’ingannasti;
 sa che Megacle sei. Perdi te stesso
1080presentandoti al re; non salvi altrui.
 MEGACLE
 Col mio principe insieme
 almen mi perderò. (Vuol partire)
 ARISTEA
                                      Senti. E non stimi
 consiglio assai miglior che il padre offeso
 vada a placargli io stessa?
 MEGACLE
                                                 Ah che di tanto
1085lusingarmi non so.
 ARISTEA
                                     Sì. Questo ancora
 per te si faccia.
 ARGENE
                               O generosa, o grande,
 o pietosa Aristea. Facciano i numi
 quell’alma bella, in questa bella spoglia
 lungamente albergar; ben lo diss’io,
1090quando pria ti mirai, che tu non eri
 cosa mortal. Va’, mio conforto...
 ARISTEA
                                                           Ah basta:
 non fa d’uopo di tanto.
 Un sol de’ guardi tuoi
 mi costringe a voler ciò che tu vuoi.
 
1095   Caro son tua così,
 che, per virtù d’amor,
 i moti del tuo cuor
 risento anch’io.
 
    Mi dolgo al tuo dolor;
1100gioisco al tuo gioir;
 ed ogni tuo desir
 diventa il mio. (Parte)
 
 SCENA III
 
 MEGACLE ed ARGENE
 
 MEGACLE
 Deh secondate, o numi,
 la pietà d’Aristea. Chi sa se il padre
1105però si placherà! Troppa ragione
 ha di punirlo. È ver, ma della figlia
 lo vincerà l’amore. E se nol vince?
 Oh Dio, potessi almeno
 veder come l’ascolta. Argene, io voglio
1110seguitarla da lungi.
 ARGENE
                                      Ah tanta cura
 non prender di costui. Vedi che il cielo
 è stanco di soffrirlo. Al suo destino
 lascialo in abbandono.
 MEGACLE
 Lasciar l’amico! Ah così vil non sono.
 
1115   Lo seguitai felice
 quand’era il ciel sereno;
 alle tempeste in seno
 voglio seguirlo ancor.
 
    Come dell’oro il fuoco
1120scuopre le masse impure,
 scuoprono le sventure
 de’ falsi amici il cor. (Parte)
 
 SCENA IV
 
 ARGENE e poi AMINTA
 
 ARGENE
 E pure a mio dispetto
 sento pietade anch’io. Tento sdegnarmi,
1125n’ho ragion; lo vorrei; ma in mezzo all’ira,
 mentre il labbro minaccia, il cor sospira.
 Sarai debole Argene
 dunque a tal segno? Ah no. Spergiuro! Ingrato!
 Non sarà ver. Detesto
1130la mia pietà. Mai più mirar non voglio
 quel volto ingannator. L’odio; mi piace
 di vederlo punir; trafitto a morte
 se mi cadesse a canto
 non verserei per lui stilla di pianto.
 AMINTA
1135Misero dove fuggo? Oh dì funesto!
 Oh Licida infelice!
 ARGENE
                                     È forse estinto
 quel traditor?
 AMINTA
                             No; ma ’l sarà fra poco.
 ARGENE
 Non lo credere, Aminta. Hanno i malvagi
 molti compagni, onde già mai non sono
1140poveri di soccorso.
 AMINTA
                                     Or ti lusinghi.
 Non v’è più che sperar. Contro di lui
 gridan le leggi; il popolo congiura;
 fremono i sacerdoti. Un sangue chiede
 l’offesa maestà; de’ sacrifici,
1145che una colpa interrompa, è il delinquente
 vittima necessaria. Ha già deciso
 il pubblico consenso. Egli svenato
 fia su l’ara di Giove. Esservi dee
 l’offeso re presente, e al sacerdote
1150porgere il sacro acciaro.
 ARGENE
                                              E non potrebbe
 rivocarsi il decreto?
 AMINTA
                                       E come? Il reo
 già in bianche spoglie è avvolto. Il crin di fiori
 io coronar gli vidi; e il vidi, oh Dio,
 incaminarsi al tempio. Ah forse è giunto;
1155ah forse adesso, Argene,
 la bipenne fatal gli apre le vene.
 ARGENE
 Ah no. Povero prence! (Piange)
 AMINTA
 Che giova il pianto?
 ARGENE
                                       Ed Aristea non giunse?
 AMINTA
 Giunse; ma nulla ottenne. Il re non vuole
1160o non può compiacerla.
 ARGENE
 E Megacle?
 AMINTA
                        Il meschino
 ne’ custodi s’avvenne
 che ne andavano in traccia. Or l’ascoltai
 chieder fra le catene
1165di morir per l’amico. E se non fosse
 ancor ei delinquente
 ottenuto l’avria. Ma un reo per l’altro
 morir non può.
 ARGENE
                               L’ha procurato almeno!
 O forte! O generoso! Ed io l’ascolto
1170senza arrossir? Dunque ha più saldi nodi
 l’amistà, che l’amore? Ah quali io sento
 d’un’emola virtù stimoli al fianco.
 Sì; rendiamoci illustri. Infin che dura
 parli il mondo di noi; faccia il mio caso
1175meraviglia e pietà, né si ritrovi
 nell’universo tutto
 chi ripeta il mio nome a ciglio asciutto.
 
    Fiamma ignota nell’alma mi scende;
 sento il nume; m’inspira, m’accende,
1180di me stessa mi rende maggior.
 
    Ferri, bende, bipenni, ritorte,
 pallid’ombre compagne di morte
 già vi guardo, ma senza terror.
 
 SCENA V
 
 AMINTA solo
 
 AMINTA
 Fuggi, salvati, Aminta: in queste sponde
1185tutto è orror, tutto è morte. E dove, oh Dio,
 senza Licida io vado? Io l’educai
 con sì lungo sudore; a regie fasce
 io l’inalzai da sconosciuta cuna
 ed or potrei senz’esso
1190partir così? No. Si ritorni al tempio;
 si vada incontro all’ira
 dell’oltraggiato re; Licida involva
 me ancor ne’ falli sui;
 si mora di dolor, ma accanto a lui.
 
1195   Son qual per mare ignoto
 naufrago passaggiero,
 già con la morte a nuoto
 ridotto a contrastar.
 
    Ora un sostegno ed ora
1200perde una stella; alfine
 perde la speme ancora,
 e s’abbandona al mar. (Parte)
 
 SCENA VI
 
 Aspetto esteriore del gran tempio di Giove Olimpico. Bosco all’intorno con sacri olivi silvestri, donde si formavano le corone per li atleti vincitori. Magnifica scala avanti al medesimo, per la quale si scende nella gran piazza adornata da’ lati di maestosa fabrica tutta tendata con ara ardente nel mezzo.
 
 CLISTENE preceduto da numeroso popolo, da LICIDA in bianca veste coronato di fiori, da ALCANDRO e dai custodi del tempio, alcuni de’ quali portano sopra bacili d’oro gli strumenti del sacrificio
 
 CORO
 
    “I tuoi strali terror de’ mortali
 “ah sospendi gran padre de’ numi,
1205“ah deponi gran nume de’ re.
 
 PARTE
 
    “Fumi il tempio del sangue d’un empio
 “che oltraggiò con insano furore,
 “sommo Giove, un’immago di te.
 
 CORO
 
    “I tuoi strali terror de’ mortali
1210“ah sospendi gran padre de’ numi,
 “ah deponi gran nume de’ re.
 
 PARTE
 
    “L’onde chete del pallido Lete
 “l’empio varchi, ma il nostro timore,
 “ma il suo fallo portando con sé.
 
 CORO
 
1215   “I tuoi strali terror de’ mortali
 “ah sospendi gran padre de’ numi,
 “ah deponi gran nume de’ re.
 
 CLISTENE
 Giovane sventurato, ecco vicino
 de’ tuoi miseri dì l’ultimo istante.
1220Tanta pietade (e mi punisca Giove
 se adombro il ver), tanta pietà mi fai,
 che non oso mirarti. Il ciel volesse
 che potess’io dissimular l’errore.
 Ma non lo posso, o figlio. Io son custode
1225della ragion del trono. Al braccio mio
 illesa altri la diede
 e renderla degg’io
 illesa, o vendicata a chi succede.
 Obbligo di chi regna
1230necessario è così, come penoso
 il dover con misura esser pietoso.
 Pur se nulla ti resta
 a desiar, fuor che la vita, esponi
 libero il tuo desire. Esserne io giuro
1235fedele esecutor. Quanto ti piace,
 figlio, prescrivi e chiudi i lumi in pace.
 LICIDA
 Padre (che ben di padre,
 non di giudice e re que’ detti sono),
 non merito perdono,
1240non lo spero, nol chiedo e nol vorrei.
 Afflisse i giorni miei
 di tal modo la sorte,
 ch’io la vita pavento e non la morte.
 L’unico de’ miei voti
1245è il riveder l’amico
 pria di spirar. Già ch’ei rimase in vita,
 l’ultima grazia imploro
 d’abbracciarlo una volta e lieto io moro.
 CLISTENE
 Vanne, giusto è il desio.
1250Voi lo seguite, ei torni (Alle guardie)
 poi con Megacle a me.
 LICIDA
                                           Pago son io.
 ALCANDRO
 Signor tu piangi? E quale
 eccessiva pietà l’alma t’ingombra?
 CLISTENE
 Alcandro, lo confesso.
1255Stupisco di me stesso. Il volto, il ciglio,
 la voce di costui nel cor mi desta
 un palpito improvviso,
 che lo risente in ogni fibra il sangue.
 Fra tutti i miei pensieri
1260la cagion ne ricerco; e non la trovo.
 Che sarà, giusti dei, questo ch’io pruovo?
 
    Non so donde viene
 quel tenero affetto,
 quel moto che ignoto
1265mi nasce nel petto,
 quel giel che le vene
 scorrendo mi va.
 
    Nel seno a destarmi
 sì fieri contrasti
1270non parmi che basti
 la sola pietà.
 
 SCENA VII
 
 MEGACLE fra le guardie e detti
 
 LICIDA
 Ah vieni illustre esempio
 di verace amistà. Megacle amato,
 caro Megacle vieni.
 MEGACLE
                                      Ah qual ti trovo
1275povero prence!
 LICIDA
                               Il rivederti in vita
 mi fa dolce la morte.
 MEGACLE
                                        E che mi giova
 una vita che invano
 voglio offrir per la tua. Ma molto innanzi
 Licida non andrai. Noi passeremo,
1280ombre amiche, indivise il guado estremo.
 LICIDA
 O delle gioie mie, de’ miei martiri,
 finché piacque al destin, dolce compagno.
 Separarci convien. Poiché siam giunti
 agli ultimi momenti
1285quella destra fedel porgimi e senti;
 sia preghiera, o comando
 vivi: io bramo così. Pietoso amico,
 chiudimi tu di propria mano i lumi.
 Ricordati di me. Ritorna in Creta
1290al padre mio... (Povero padre! A questo
 preparato non sei colpo crudele).
 Deh tu l’istoria amara
 raddolcisci narrando. Il vecchio afflitto
 reggi, assisti, consola,
1295lo raccomando a te. Se piange, il pianto
 tu gli asciuga sul ciglio;
 e in te, se un figlio vuol, rendigli un figlio.
 MEGACLE
 Taci. Mi fai morir.
 CLISTENE
                                     Non posso, Alcandro,
 resister più. Guarda que’ volti; osserva
1300que’ replicati amplessi,
 que’ teneri sospiri, e que’ confusi
 fra le lagrime alterne ultimi baci.
 Povera umanità!
 ALCANDRO
                                  Signor, trascorre
 l’ora permessa al sacrificio.
 CLISTENE
                                                    È vero,
1305olà sacri ministri,
 la vittima prendete. E voi custodi,
 dall’amico infelice
 dividete colui. (Son divisi da’ custodi)
 MEGACLE
                              Barbari; ah voi
 avete dal mio sen svelto il cor mio.
 LICIDA
1310Ah dolce amico!
 MEGACLE
                                Ah caro prence!
 LICIDA, MEGACLE A DUE
                                                               Addio. (Guardandosi da lontano)
 CORO
 
    “I tuoi strali, terror de’ mortali
 “ah sospendi gran padre de’ numi,
 “ah deponi gran nume de’ re. (Nel tempo che si canta il coro, Licida va ad inginocchiarsi a’ piè dell’ara appresso al sacerdote. Il re prende la sacra scure, che gli vien presentata sopra un bacile da uno de’ ministri del tempio. E nel porgerla al sacerdote canta i seguenti versi, accompagnati da grave sinfonia)
 
 CLISTENE
 O degli uomini padre e degli dei
1315onnipotente Giove,
 al cui cenno si muove
 il mar, la terra, il ciel, di cui ripieno
 è l’universo, e dalla man di cui
 pende d’ogni cagione e d’ogni evento
1320la connessa catena,
 questa che a te si svena
 sacra vittima accogli: essa i funesti,
 che ti splendono in man, folgori arresti. (Nel porgere la scure al sacerdote, viene interrotto da Argene)
 
 SCENA VIII
 
 ARGENE e detti
 
 ARGENE
 Fermati o re. Fermate
1325sacri ministri.
 CLISTENE
                             Oh insano ardir! Non sai,
 ninfa, qual opra turbi?
 ARGENE
                                            Anzi più grata
 vengo a renderla a Giove. Una io vi reco
 vittima volontaria ed innocente
 che ha valor, che ha desio
1330di morir per quel reo.
 CLISTENE
                                           Qual è?
 ARGENE
                                                            Son io.
 MEGACLE
 (Oh bella fede!)
 LICIDA
                                (Oh mio rossor!)
 CLISTENE
                                                                 Dovresti
 saper che al debil sesso
 pel più forte morir non è permesso.
 ARGENE
 Ma il morir non si vieta
1335per lo sposo a una sposa. In questa guisa
 so che al tessalo Admeto
 serbò la vita Alceste, e so che poi
 l’esempio suo divenne legge a noi.
 CLISTENE
 Che perciò? Sei tu forse
1340di Licida consorte?
 ARGENE
                                      Ei me ne diede
 in pegno la sua destra e la sua fede.
 CLISTENE
 Licori, io che t’ascolto
 son più folle di te. D’un regio erede
 una vil pastorella
1345dunque...
 ARGENE
                     Né vil son io,
 né son Licori. Argene ho nome; in Creta
 chiara è del sangue mio la gloria antica.
 E se giurommi fé Licida il dica.
 CLISTENE
 Licida parla.
 LICIDA
                          (È l’esser menzognero
1350questa volta pietà). No, non è vero.
 ARGENE
 Come! E negar lo puoi? Volgiti, ingrato,
 riconosci i tuoi doni,
 se me non voi. L’aureo monile è questo
 che nel punto funesto
1355di giurarmi tua sposa
 ebbi da te. Ti risovvenga almeno
 che di tua man me ne adornasti il seno.
 LICIDA
 (Purtroppo è ver).
 ARGENE
                                    (Guardalo, o re).
 CLISTENE
                                                                     Dinanzi (Alle guardie, che vogliono allontanarla a forza)
 mi si tolga costei.
 ARGENE
                                   Popoli, amici,
1360sacri ministri, eterni dei, se pure
 n’è alcun presente al sacrificio ingiusto,
 protesto innanzi a voi, giuro ch’io sono
 sposa a Licida e voglio
 morir per lui; né... Principessa ah vieni,
1365soccorrimi; non vuole
 udirmi il padre tuo.
 
 SCENA IX
 
 ARISTEA e detti
 
 ARISTEA
                                       Credimi, o padre,
 è degna di pietà.
 CLISTENE
                                  Dunque volete
 ch’io mi riduca a delirar con voi?
 Parla. Ma siano brevi i detti tuoi. (Ad Argene)
 ARGENE
1370Parlino queste gemme, (Porge il monile a Clistene)
 io tacerò. Van di tai fregi adorne
 in Elide le ninfe?
 CLISTENE
                                   Ahimè. Che miro! (Lo guarda e si turba)
 Alcandro, riconosci
 questo monil?
 ALCANDRO
                             Se ’l riconosco? È quello
1375che al collo avea, quando l’esposi all’onde,
 il tuo figlio bambin.
 CLISTENE
                                       Licida (oh Dio,
 tremo da capo a piè). Licida sorgi,
 guarda: è ver che costei
 l’ebbe in dono da te?
 LICIDA
                                         Però non debbe
1380morir per me. Fu la promessa occulta;
 non ebbe effetto e col solenne rito
 l’imeneo non si strinse.
 CLISTENE
                                             Io chiedo solo
 se ’l dono è tuo.
 LICIDA
                               Sì.
 CLISTENE
                                       Da qual man ti venne?
 LICIDA
 A me donollo Aminta.
 CLISTENE
                                           E questo Aminta,
1385chi è?
 LICIDA
               Quello a cui diede
 il genitor degli anni miei la cura.
 CLISTENE
 Dove sta?
 LICIDA
                     Meco venne,
 meco in Elide è giunto.
 CLISTENE
 Questo Aminta si cerchi.
 ARGENE
                                                Eccolo appunto.
 
 SCENA X
 
 AMINTA e detti
 
 AMINTA
1390Ah Licida... (Vuol abbracciarlo)
 CLISTENE
                         T’accheta.
 Rispondi e non mentir. Questo monile
 donde avesti?
 AMINTA
                             Signor, da mano ignota
 già scorse il quinto lustro
 ch’io l’ebbi in don.
 CLISTENE
                                     Dov’eri allor?
 AMINTA
                                                                Là dove
1395in mar presso a Corinto
 sbocca il torbido Asopo.
 ALCANDRO
                                              (Ah ch’io rinvengo (Guardando attentamente Aminta)
 delle note sembianze
 qualche traccia in quel volto. Io non m’inganno.
 Certo egli è desso). Ah d’un antico errore (Inginocchiandosi)
1400mio re son reo. Deh mel perdona. Io tutto
 fedelmente dirò.
 CLISTENE
                                  Sorgi. Favella.
 ALCANDRO
 Al mar, come imponesti,
 non esposi il bambin. Pietà mi vinse.
 Costui straniero, ignoto
1405mi venne innanzi e gliel donai, sperando
 che in rimote contrade
 tratto l’avrebbe.
 CLISTENE
                                E quel fanciullo, Aminta,
 dov’è? Che ne facesti?
 AMINTA
                                           Io... (Quale arcano
 ho da scoprir!)
 CLISTENE
                              Tu impallidisci? Parla,
1410empio, di’, che ne fu? Tacendo aggiungi
 all’antico delitto error novello.
 AMINTA
 L’hai presente, o signor, Licida è quello.
 CLISTENE
 Come! Non è di Creta
 Licida il prence?
 AMINTA
                                  Il vero prence in fasce
1415finì la vita. Io ritornato appunto
 con lui bambino in Creta, al re dolente
 l’offersi in dono; ei dell’estinto invece
 al trono l’educò per mio consiglio.
 CLISTENE
 Ah numi ecco Filinto, ecco il mio figlio. (Abbracciandolo)
 ARISTEA
1420Stelle!
 LICIDA
               Io tuo figlio?
 CLISTENE
                                         Sì. Tu mi nascesti
 gemello ad Aristea. Delfo m’impose
 d’esporti al mar bambino, un parricida
 minacciandomi in te.
 LICIDA
                                          Comprendo adesso
 l’orror, che mi gelò, quando la mano
1425sollevai per ferirti.
 CLISTENE
                                     Adesso intendo
 l’eccessiva pietà, che nel mirarti
 mi sentivo nel cuor.
 AMINTA
                                       Felice padre!
 ALCANDRO
 Oggi molti in un punto
 puoi render lieti.
 CLISTENE
                                  E lo desio. D’Argene
1430Filinto il figlio mio,
 Megacle d’Aristea vorrei consorte
 ma Filinto, il mio figlio, è reo di morte.
 MEGACLE
 Non è più reo quando è tuo figlio.
 CLISTENE
                                                               È forse
 la libertà de’ falli
1435permessa al sangue mio? Qui viene ogn’altro
 a dimostrar valor; l’unico esempio
 esser degg’io di debolezza? Ah questo
 di me non oda il mondo. Olà ministri,
 risvegliate su l’ara il sacro fuoco.
1440Va’ figlio e mori. Anch’io morrò fra poco.
 AMINTA
 Che giustizia inumana!
 ALCANDRO
 Che barbara virtù!
 MEGACLE
                                     Signor t’arresta.
 Tu non puoi condannarlo. In Sicione
 sei re, non in Olimpia. È scorso il giorno
1445a cui tu presiedesti. Il reo dipende
 dal pubblico giudizio.
 CLISTENE
                                          E ben s’ascolti
 dunque il pubblico voto. A pro del reo
 non prego, non comando e non consiglio.
 CORO DI SACERDOTI E POPOLO
 
    Viva il figlio delinquente
1450perché in lui non sia punito
 l’innocente genitor.
 
    Né funesti il dì presente,
 né disturbi il sacro rito
 un’idea di tanto orror.
 
 Fine dell’opera