L’olimpiade (Pergolesi), libretto, Roma, 1735

 ATTO PRIMO, SCENA III
 
 Doppo il verso d’Aminta «Né sempre ha la virtù l’istessa sorte»
 
 AMINTA
 
1455   Talor guerriero invitto
 fra cento armati e cento
 in marzial conflitto
 la palma riportò.
 
    E poi d’un solo a fronte
1460di lui men prode e forte
 preda restò di morte,
 né il suo valor bastò. (Parte)
 
 ATTO SECONDO, SCENA II
 
 Doppo l’ultimo verso di detta scena «Che ricompensa ingrata!»
 
    Apportator son io
 del tuo maggior contento,
1465e discacciar mi sento
 senza saper perché!
 
    Dimmi, qual fallo è il mio?
 Dimmi, qual è l’offesa?
 E perché tanto accesa
1470di sdegno or sei con me? (Parte)
 
 ATTO TERZO, SCENA II
 
 Doppo il verso d’Alcandro «Altro non sappia dir, sempre ha quel nome»
 
    L’infelice in questo stato,
 benché reo, ne’ petti altrui
 pietà desta e a’ pianti sui
 tutti invita a lagrimar.
 
1475   Né il suo labbro innamorato
 lascia mai lo stile antico:
 chiama sempre il caro amico
 e lo torna a richiamar. (Parte)
 
 ATTO TERZO, SCENA III
 
 Doppo il verso che dice Megacle «Lasciar l’amico! Ah così vil non sono»
 
 ARGENE
 Inutil zelo or che Aristea la cura
1480ha della sua salvezza.
 MEGACLE
                                         E se Clistene
 si mostrasse placato, avrei per questo
 ragion di non temer? Lo sdegno, Argene,
 se ha ritegno in un core
 dove si concepì, divien maggiore.
 
1485   Torbido in volto e nero,
 benché non tuoni il cielo,
 tacito e gonfio appare
 senz’alcun vento il mare,
 e in petto al passaggiero
1490il cor fa palpitar.
 
    In quell’orrore ascoso
 il turbine s’appresta.
 E quel silenzio è un segno
 di prossima tempesta,
1495che van destando i venti
 racchiusi in seno al mar.
 
 ATTO TERZO, SCENA VI
 
 Doppo il verso di Licida «D’abbracciarlo una volta e lieto io moro»
 
 LICIDA
 
    Nella fatal mia sorte
 non chiedo il tuo perdono,
 ma questo solo in dono
1500chiedo alla tua pietà.
 
    Così per me la morte
 che da soffrir mi resta
 funesta non sarà. (Parte)