La clemenza di Tito, libretto, Stoccarda, Cotta, 1753

 SCENA IX
 
 SERVILIA e detti
 
 SERVILIA
                   Di Tito al piè...
 TITO
                                                Servilia! Augusta!
 SERVILIA
 Ah signor, sì gran nome
250non darmi ancora. Odimi prima. Io deggio
 palesarti un arcan.
 TITO
                                     Publio ti scosta
 ma non partir. (Publio si scosta)
 SERVILIA
                               Che del cesareo alloro
 me, fra tante più degne,
 generoso monarca inviti a parte,
255è dono tal che desteria tumulto
 nel più stupido core. Io ne comprendo
 tutto il valor. Voglio esser grata e credo
 doverlo esser così. Tu mi scegliesti
 né forse mi conosci. Io che tacendo
260crederei d'ingannarti
 tutta l'anima mia vengo a svelarti.
 TITO
 Parla.
 SERVILIA
              Deh non sdegnarti.
 TITO
                                                   Eh parla.
 SERVILIA
                                                                      Il core
 signor non è più mio. Già da gran tempo
 Annio me lo rapì. L'amai che ancora
265non comprendea d'amarlo; e non amai
 altri finor che lui. Genio e costume
 unì l'anime nostre. Io non mi sento
 valor per obbliarlo; anche dal trono
 il solito sentiero
270farebbe a mio dispetto il mio pensiero.
 So che oppormi è delitto
 d'un cesare al voler; ma tutto almeno
 sia noto al mio sovrano;
 poi, se mi vuol sua sposa, ecco la mano.
 TITO
275Grazie o numi del ciel. Pure una volta
 senza larve sul viso
 mirai la verità.  Ed io dovrei
 turbar fiamme sì belle? Ah non produce
 sentimenti sì rei di Tito il core.
280Figlia, che padre invece
 di consorte m'avrai, sgombra dall'alma
 ogni timore. Annio è tuo sposo. Io voglio
 stringer nodo sì degno. Il ciel cospiri
 meco a farlo felice; e n'abbia poi
285cittadini la patria eguali a voi.
 SERVILIA
 Oh Tito! Oh Augusto! Oh vera
 delizia de' mortali! Io non saprei
 come il grato mio cor...
 TITO
                                            Se grata appieno
 esser mi vuoi Servilia, agli altri inspira
290il tuo candor. Di pubblicar procura
 che grato a me si rende
 più del falso che piace il ver che offende. (Parte)