L’olimpiade (Jommelli), libretto, Stoccarda, Cotta, 1761

 SCENA IX
 
 MEGACLE solo
 
 MEGACLE
460Che intesi eterni dei! Quale improvviso
 fulmine mi colpì! L’anima mia
 dunque fia d’altri! E ho da condurla io stesso
 in braccio al mio rival! Ma quel rivale
 è il caro amico. Ah quali nomi unisce
465per mio strazio la sorte! Eh che non sono
 rigide a questo segno
 le leggi d’amistà. Perdoni il prence,
 ancor io sono amante. Il domandarmi
 ch’io gli ceda Aristea non è diverso
470dal chiedermi la vita. E questa vita
 di Licida non è? Non fu suo dono?
 Non respiro per lui? Megacle ingrato,
 e dubitar potresti? Ah se ti vede
 con questa in volto infame macchia e rea
475ha ragion d’abborrirti anche Aristea.
 No, tal non mi vedrà. Voi soli ascolto
 obblighi d’amistà, pegni di fede,
 gratitudine, onore. Altro non temo
 che ’l volto del mio ben. Questo s’eviti
480formidabile incontro. In faccia a lei,
 misero, che farei! Palpito e sudo
 solo in pensarlo e parmi
 istupidir, gelarmi,
 confondermi, tremar... No, non potrei...